Modena, note di Franck e Debussy col quartetto francese Zaide
Una compagine tutta al femminile esegue due opere strettamente legate tra loro quella in Re maggiore del compositore belga e quella in Sol minore del francese
MODENA. Per la Stagione concertistica, questa sera il Teatro Comunale offrirà una pagina significativa di storia della musica, oltre ad un quartetto di sole donne, lo Zaide, che è il nuovo fenomeno della musica da camera mondiale. Infatti, sarà possibile ascoltare il “Quartetto per archi in Re maggiore” di César Franck e quello in “Sol minore op. 10, L 91” di Claude Debussy. Le due opere sono legate insieme, poiché fu proprio il grande e inatteso successo del “Quatuor” franckiano a suggerire la creazione di quello di Debussy.
Il “Quartetto in re maggiore” di César Franck è l’unico scritto dal compositore belga e fu concluso un anno prima della morte, nel 1889. Accolto immediatamente con successo, pare che alla prima Franck esclamò: «Ecco che il pubblico incomincia a capirmi!». Magra soddisfazione per chi, dopo una dolorosa agonia, morirà a causa di una pleurite il mattino dell'8 novembre del 1890.
Insieme con altre composizioni, quali il “Quintetto per pianoforte e archi”, la “Sinfonia in re minore” e la “Sonata in La per violino”, Franck realizza quel principio denominato “forma ciclica”, che lo vede quale maggiore esponente. Di che si tratta? Le partiture sopra citate sono costituite da materiale tematico elaborato nei primi tre movimenti che trova citazione nell’ultimo, ma oltre a ciò è utilizzata una specifica cellula originale melodica che si ripete in tutti e determina la loro unità. In semplici parole, Franck contribuì ad aggiornare la forma-sonata, rifacendosi alla variazione e al tematismo ciclico evidente da Beethoven a Wagner, passando da Mendelssohn, Schumann e Liszt. A questo proposito, così scrisse Norbert Dufourcq: “Franck sceglie una cellula originale, che non gli basta per trasmettere nella sua semplicità il proprio pensiero: allora la distende, l’arricchisce di ornamenti, la ingrandisce. Annega i suoi temi in un mare di dense armonie, il cui andamento è ritardato dall’uso costante del cromatismo. Si compiace d’introduzioni lente, di dense costruzioni cicliche, che gli permettono quei rimorsi, quei ritorni, quelle resurrezioni inattese nelle quali crede di vedere un elemento unitario e umano... Ed è appunto attraverso le vie più sinuose che egli costruisce la sua testimonianza. La sua certezza, la sua fede”.
Il “Quartetto in Sol minore op. 10, L 91” di Claude Debussy fu scritto fra l’estate del 1892 e il febbraio del 1893. Si colloca in quel periodo in cui il compositore francese era attratto dal simbolismo e che produsse capolavori quali “Prelude a l'après-midi d’un faune” e “Nocturnes”. A quel tempo, il compositore di “La mer” e tanti altri capolavori frequentava Ernest Chausson e indubbiamente nel Quartetto in Sol minore s’intravvede una sorta di sintesi tra due mondi: quello onirico che gli apparteneva e quello accademico di Franck, maestro di Chausson. Con una durata insolitamente breve, risultato di un’efficace concisione formale, Debussy riesce a suggerire influenze diverse e lontane: l’unità formale di Mozart che si coniuga con il canto di Borodin del suo primo quartetto, con le orchestrine zigane ascoltate in Russia e perfino con il “gamelan giavanese”, gruppo di strumenti percussivi che Debussy ascoltò nell’Esposizione Universale di Parigi nel 1889.
Nella sua prima esecuzione, il “Quartetto” non ebbe un gran successo di critica, ad eccezione di Paul Dukas, e pubblico, disorientato dall’innovazione del linguaggio. Pure l’amico Chausson ne prese le distanze. Nel febbraio del 1894, così Debussy scrisse all’ex amico: “Devo confessarvi che per diversi giorni sono stato molto angosciato per quel che avete detto a proposito del Quartetto, perché mi sono reso conto che il risultato è stato quello di farvi amare ancor di più certe cose, quando volevo invece che ve le facesse dimenticare”. Quali erano “queste cose”? Le regole accademiche. A soli trent’anni, Debussy fece capire chiaramente di conoscerle e di poterle seguire senza alcun sforzo, ma altrettanto volle essere chiaro su un fatto: non voleva rinunciare all’originalità e alla libertà delle sue idee, tratto che lo distinse da subito. Proprio al Conservatorio di Parigi, Debussy seguì qualche lezione di César Franck, ma vi rinunciò presto. L’anziano maestro, osservando le esercitazioni compositive del “Claude de France” mentre le suonava al pianoforte, gli diceva: “Modulez, modulez!” E lui, affatto preoccupato, gli rispondeva impertinente: “Perché dovrei modulare, se mi trovo benissimo in questa tonalità?”.
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