Gazzetta di Modena

Pavullo. Paolini guarda al futuro e racconta Numero Primo

di Daniele Montanari
Pavullo. Paolini guarda al futuro e racconta Numero Primo

Al teatro Mac Mazzieri di Pavullo la storia di un mondo ipertecnologico «Un domani complesso, ma dove ci sono ragioni per non restare passivi»

3 MINUTI DI LETTURA





PAVULLO. Offre un'occasione di teatro doppiamente speciale stasera il Mac Mazzieri di Pavullo. Nell'ambito della stagione Ater, torna infatti sul palco la potenza narratrice di Marco Paolini. E lo fa portando in scena dalle 21 (info su www.cinemateatromacmazzieri.it) un'opera di fatto sperimentale: lui che tante volte ha raccontato con passione il passato, adesso si proietta su un futuro immaginario.

Lo fa con “Le avventure di Numero Primo” interpretato e diretto da lui (che lo ha anche scritto con Gianfranco Bettin, romanzo uscito per Einaudi ad ottobre), nell'ambito di una produzione Michela Signori e Jole Film (scenografie di Antonio Panzuto, musiche di Stefano Nanni).

Racconta di un futuro probabile (tra 5mila giorni) fatto di cose, di bestie, di umani rimescolati insieme. Di una generazione in preda a una pervasiva rivoluzione tecnologica. Ma anche di forme di resistenza al digitale. Numero Primo è il nome di uno strano bambino (un po' Pinocchio, un po' ET) che irrompe nella vita di Ettore, fotoreporter 60enne che si trova a fargli da padre. Non è una creatura uguale alle altre, e lui dovrà proteggerlo sullo sfondo di un Nord Italia trasformato, dove Gardaland ha invaso tutto il lago e il polo di Marghera è stato trasformato in una fabbrica di neve. Un esperimento di fantascienza narrata a teatro.

Paolini, ma il teatro può essere un luogo per la fantascienza?

«Nell'immaginario lo sarebbe più il cinema, ma vale la pena pensare che i teatri siano anche questo: non solo luoghi per qualcosa di sicuro, ma anche per l'incerto. È un investimento sulla fiducia, che mette in gioco la credibilità raccolta nel lavoro fatto finora per qualcosa di diverso».

Una cornice di mistero, per questo Numero Primo...

«Il mistero di Numero Primo è la maternità. In un futuro che non è un aggiornamento del presente, ma un luogo pieno di sorprese, può accadere che invece del padre l'elemento incerto sia la madre».

Un futuro distopico?

«Un futuro che fa i conti con certi scenari aperti dalla scienza oggi, quando si chiede ad esempio perché fermarci alla cura della salute quando potremmo ampliare le nostre capacità cognitive innestandoci qualcosa in testa. Può far rabbrividire, ma ci sono scienziati che la vedono come prospettiva liberatoria per il raggiungimento di un'evoluzione guidata della specie...».

Un quadro dove diventa difficile riconoscere cosa è umano e cosa no?

«Già Alan Turing, uno dei padri della cibernetica, ha detto che un giorno per noi sarà difficile stabilire se il nostro interlocutore sarà una macchina o un uomo. Però sarà sempre un umano ad attribuire alle macchine la possibilità di sentirci e di interpretarci. Un domani complesso, quello che racconto, ma dove ci sono ragioni per non restare passivi di fronte agli scenari».

Stanno nel rapporto padre-figlio?

«Diciamo che il punto classico della narrazione sta nel rimando al romanzo di formazione. Mettendo però al centro non il figlio ma la fatica del genitore. Un genitore che si porta a casa un figlio profondamente diverso da lui. E per difenderne questa natura deve mettere in discussione tutto quello che ha fatto fino a quel momento. Alla base di tutto, la fiducia: fiducia padre-figlio nella capacità di starsi accanto in mezzo alle difficoltà. Ma la storia va via leggera».

Quali i riscontri, dal debutto il 18 ottobre a Trieste?

«Mi sembra che funzioni bene, che le intenzioni arrivino».

Avrà un seguito?

«Il finale è aperto sul futuro, ma su questo non dico niente».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google