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Mirandola. In scena due miti Soleri racconta il suo Arlecchino

Mirandola. In scena due miti Soleri racconta il suo Arlecchino

Uno spettacolo da non perdere quello di stasera, giovedì 22, alle 21 all’Auditorium Rita Levi Montalcini di Mirandola (biglietto a 15 euro, con riduzioni). Sulla scena c’è l’89enne Ferruccio Soleri 

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MIRANDOLA. Uno spettacolo da non perdere quello di stasera alle 21 all’Auditorium Rita Levi Montalcini di Mirandola (biglietto a 15 euro, con riduzioni). Sulla scena c’è l’89enne Ferruccio Soleri in “Arlecchino servitore di due padroni”, attore, maschera bergamasca e spettacolo che da decenni sono entrati nell’immaginario collettivo.

Evento da non perdere, dunque, anche perché quest’anno Soleri darà l’addio alle scene, probabilmente in aprile presso il teatro La Pergola di Firenze, città natale dell’artista, e poi a maggio presso il Piccolo Teatro di Milano dove è nato “Arlecchino servitore di due padroni” che ha avuto fin qui 5mila repliche in mezzo mondo. Sul palco il maestro del palcoscenico, uno dei preferiti di un altro mito del teatro come Giorgio Strehler, racconterà la sua vita da protagonista.

Soleri chi è per lei Arlecchino?

«Come per tutti, una straordinaria maschera della commedia dell’arte. Certo un grande successo grazie a un personaggio divertente e simpatico».

Quali sono le sue caratteristiche principali?

«Senza dubbio una certa agilità nei movimenti, nel camminare soprattutto e nel fare acrobazie».

Da quanto tempo lo porta in scena?

«Faccio acrobazie da 54 anni e smetto definitivamente a maggio con l’anniversario della fondazione del Piccolo a Milano».

Come ha iniziato con questa maschera?

«Iniziai all’Accademia d’arte drammatica di Roma, grazie al mio maestro, Orazio Costa anche se io non lo credevo possibile: sono fiorentino e lui parla in veneziano. Ricordo che me lo insegnò Gastone Moschin. Ma c’è un antefatto. Ero piccolissimo, mio padre era amico di un attore che faceva Arlecchino e ricordo che nel suo armadio di caso a Genova vidi per la prima volta quella maschera».

Arlecchino in origine con Strehler era Marcello Moretti.

«Già, nel 1959, a New York con il Piccolo, lo sostituivo una volta alla settimana. Poi iniziai a farlo definitivamente nel 1963, Moretti era morto da due anni».

Com’era Strehler?

«Un vero genio del teatro: non era mai contento, ma è stata una figura veramente straordinaria».

Ci racconta lo spettacolo di stasera?

«Vado in scena ancora con la mia maschera, anche se non mi trucco più. Dopo una breve presentazione sulla Commedia dell’Arte, lo spettacolo si apre con una prima proiezione del filmato di Arlecchino che riceve gli applausi a fine rappresentazione dello spettacolo di Carlo Goldoni, regia appunto di Strelher. Dalla platea mi alzo e inizio a parlare con il pubblico, fino raggiungere il tavolo di lavoro. Da lì inizio a raccontare la storia di un ragazzo, figlio di un cieco, con la passione del circo e della danza. Lungo la narrazione si conoscerà l'ambiente fiorentino in cui mi sono formato, gli artisti compagni di strada, da Paolo Poli, Beppe Menegatti, Alfredo Bianchini e altri, fino agli anni di formazione presso l'Accademia d'arte drammatica Silvio D’Amico. Ogni episodio della mia vita sarà alternato da una proiezione di un filmato in cui Arlecchino mostra i suoi lazzi. Il tutto si conclude con una breve esibizione dal vivo di Soleri, per poi tornare alla proiezione finale che ha aperto l’evento».

La regia è di Mario Mattia Giorgetti, su testo scritto da Yannis Hott.

Lo spettacolo è nell’ambito della stagione teatrale di Ater – Associazione teatrale Emilia-Romagna.

Stefano Luppi
 

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