Gazzetta di Modena

"La fanciulla del West", a Modena una grande opera con piccoli inciampi

di Massimo Carpegna
Una scena da La fanciulla del West di Puccini andata in  scena al Comunale Pavarotti di Modena
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Una scena da La fanciulla del West di Puccini andata in scena al Comunale Pavarotti di Modena

E' andata in scena al teatro Comunale Pavarotti di Modena "La fanciulla del West" di Giacomo Puccini penalizzata però da alcuni inciampi sia sul fronte dell'allestimento che dell'esecuzione

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MODENA Ottima la scelta di riportare sul palcoscenico del Comunale “La fanciulla del West” di Giacomo Puccini, piuttosto infrequente nei cartelloni lirici, e di collegarla con il “Trittico”, precedentemente proposto. Questo è il tempo della svolta stilistica nelle opere del Maestro, che giungerà all’apoteosi con il suo testamento musicale: Turandot.

La ragione d’allestimenti tanto rari per “La Fanciulla” è da ricercarsi nei costi per un cast vocale veramente corposo e nell’accoglienza tiepida che, dalla prima italiana al Costanzi nel 1911, accompagna l’opera nel nostro Paese. La storia, tratta da “The girl of the Golden West” di David Belasco, è ambientata ai tempi della febbre dell’oro, fra cercatori del metallo prezioso, bevute colossali nei saloon, sceriffi, banditi e linciaggi. Un “western” imperniato sul triangolo amoroso costituito da Minnie, proprietaria di un saloon, l’impavido sceriffo Rance, che la vuole per sé, e il bandito Dick Johnson a rompere le uova nel paniere. Dopo un susseguirsi di colpi di scena, si giunge all’anomalo finale per Puccini: il “vissero felici e contenti” dei due protagonisti.

L’allestimento proposto è frutto di una collaborazione italo/americana con la direzione musicale di James Meena e la regia, le scene, i costumi e le proiezioni di Ivan Stefanutti. La scenografia si basa sull’accorgimento di mantenere fissa una pedana rialzata che, grazie agli arredi aggiuntivi, si trasforma in ambienti diversi: una scelta d’economia, come lo sono le proiezioni che ho trovato esteticamente brutte e a tratti illogiche nel loro susse- guirsi. La sensazione visiva era quella d’osservare un videogame con una “computer graphic” datata nella quale sono emerse due “perle” di banalità: un teschio gigantesco e fumettistico nella scena della partita a poker tra Minnie e lo sceriffo, per decidere le sorti di Johnson, e un sangue improbabile che colava geometricamente lungo le pareti.

Buona la gestione delle masse, ma una minore staticità dei personaggi e ripetitività dei gesti in alcuni duetti avrebbero giovato all’azione scenica. I costumi sono stati proposti nella tradizione, con sfoggio di pellicce, camice di daino e pistole alla coscia, e un piccolo errore storico: la cerniera lampo moderna che Minnie fa scorrere per togliersi gli stivali entrando nella sua piccola abitazione. Il classico orologio al polso del legionario romano! Al minimo sindacale le luci di Michael Baumgarten e, al contrario, forza eccessiva nell’Orchestra della Toscana diretta da James Meena, con alcuni momenti di sguaiatezza che hanno obbligato i cantanti a sgolarsi per emergere da certi forti tellurici.

Qualche dinamica in più e una certa “sensazione diafana strumentale”, come la descrisse Puccini, avrebbero favorito un’esecuzione di maggior pregio. Il Coro ha presentato qualche imprecisione d’attacco e, nell’insieme, una qualità vocale non eccelsa, ma ora diciamo del cast. Amarilli Nizza, sorretta dalla presenza scenica, è riuscita ad offrire una Minnie accettabile, ma la voce ha proposto un vibrato troppo ampio, come troppo marcato è apparso il passaggio tra il registro di petto e quello di testa. Meglio il Dick Johnson di Enrique Ferrer che, tuttavia, è sembrato in difficoltà negli acuti, spesso stiracchiati.

L’aria più conosciuta di tutta l’opera – “Ch’ella mi creda libero e lontano” – non ha suscitato l’applauso del pubblico e ciò è indicativo. Niente da eccepire per il ruolo di Jack Rance, interpretato da Elia Fabbian con voce omogenea e fraseggio curato, così come è stato il Sonora di Giovanni Guagliardo. Il Sid di Pedro Carillo ha convinto per l’eccellente presenza scenica e una voce forte e chiara che ben ha disegnato il personaggio del baro, vittima delle proprie condizioni, mentre il Nick di Gianluca Bocchino è sembrato vocalmente forzato. Da seguire Sabina Cacioppo, che ha convinto per la qualità della voce soprattutto nel registro acuto, e Federico Cavarzan che risolve bene i ruoli di Larkens e dell’indiano Billy Jackrabbit.

Buona anche la prestazione di Alessandro Abis, nel ruolo di Ashby, e di Ricardo Crampton in quello di Josè Castro, come corrette sono state quelle di Antonio Della Santa per il postiglione e dei restanti minatori: Andrea Schifaudo (Trin), Alessio Verna (Bello), Marco Voleri (Harry), Tiziano Barontini (Joe), Giuseppe Esposito (Happy) e Carlo Di Cristoforo (Jake Wallace). Il pubblico ha applaudito lungamente tutti i protagonisti, ma senza quell’entusiasmo che avrebbe dovuto accogliere un’opera assente da ottant’anni e di tale impegno economico. Nulla da fare: “La fanciulla del West” continua a non appassionare i melomani nostrani.

 

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