Modena, Umberto Galimberti dialogo con i giovani del nichilismo attivo
Oggi alle 17.30, al Bper Forum Monzani, il filosofo presenta il suo ultimo libro intitolato “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo”
MODENA. Oggi alle 17.30, al Bper Forum Monzani, Umberto Galimberti presenta il suo ultimo libro intitolato “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo”, edito da Feltrinelli.
Cosa emerge da questo dialogo?
«Ci sono alcuni spunti interessanti. Questi giovani che mi hanno contattato scrivono molto bene. Hanno un certo tasso di autoironia, virtù essenziale per muoversi nel mondo. Sono consapevoli di vivere in una realtà nichilista, ma si danno da fare, con un esame della realtà molto serio. Nei confronti dei loro genitori hanno un atteggiamento di sostanziale sfiducia. Ne rigettano la cultura del denaro, dell'immagine, della competitività. Si riconoscono in valori diversi. Nei confronti della scuola sono molto critici. Vedono i loro professori come de-motivatori. La lettura non è una priorità e la formazione passa da riassunti e rete».
Nel suo libro ricorre spesso il termine nichilismo. Con quale accezione va letto?
«Quella che Nietzsche delineava molto chiaramente con tre definizioni: mancanza di scopo; mancanza di risposte ai perché; svalutazione di tutti i valori. Sebbene la storia vada avanti grazie alla svalutazione di alcuni valori e alla rivalutazione di altri, il futuro non è più percepito come una promessa, ma come una minaccia, è imprevedibile. I giovani si chiedono: perché mi devo impegnare? Perché mi devo dare da fare se il futuro non mi promette niente? Ci si chiede anche perché stare al mondo, tant'è che in Italia si suicidano quattrocento studenti all'anno, una cifra significativa. Tuttavia emerge un 10 per cento della popolazione giovanile di nichilisti attivi, che non misconoscono il nichilismo ma si danno da fare».
E i social media?
«Tutti coloro che mi hanno scritto - che non sono tutti giovani - hanno un atteggiamento critico, li usano ma non ne abusano. Alcuni eliminano i loro profili dai social perché ritengono che lì si dicano banalità assolute che non destano alcun interesse. Ne parlo in un capitoletto dedicato ai nativi digitali».
Domani andremo a votare. Che relazione c'è oggi tra giovani e politica?
«La politica non interessa più, non ne parlano e non ne scrivono, come se fosse qualcosa che non li riguarda. Non è più vista come spazio decisionale. Si dice che lo sia l'economia che, a sua volta, per i suoi investimenti, fa riferimento alle risorse tecnologiche. È quindi la tecnica ormai il luogo della decisione e loro, i giovani, l'hanno capito. D'altronde queste persone spesso sono alla ricerca di lavoro e quindi di un'affermazione sociale. Il lavoro non lo crea la politica, lo crea l'economia».
C'è un messaggio di speranza che è possibile dare?
«Siamo persuasi - da una mentalità cristiana pervasiva - a pensare che ci sia una soluzione a tutto. Uno dei miei maestri, Karl Jaspers, quando avevo vent'anni mi disse: “Caro ragazzo, non pensare che l'umanità sia sempre in progresso, ogni tanto regredisce paurosamente”. Noi viviamo questa regressione. Non si può fare altro che accettare questa realtà. Dio è morto, ma senza Dio si può ancora capire la realtà. Si smette di comprenderla se si eliminano le parole “denaro” e “tecnica”, veri motori del mondo. Il denaro se ne frega dell'uomo, guarda ai profitti. Così la tecnica, autoreferenziale e orientata solo al proprio sviluppo, quello che noi ingenuamente chiamiamo progresso».
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