“Medea per strada” quando il teatro diventa esperienza
MODENA. Fino a domenica 11 marzo lo Storchi ospita “Medea per strada” della compagnia Teatro dei Borgia di Barletta, per la regia di Gianpiero Borgia. Abbiamo chiesto a Elena Cotugno, interprete e co-...
MODENA. Fino a domenica 11 marzo lo Storchi ospita “Medea per strada” della compagnia Teatro dei Borgia di Barletta, per la regia di Gianpiero Borgia. Abbiamo chiesto a Elena Cotugno, interprete e co-autrice, di parlarci di questa inedita esperienza teatrale che vede lo spettacolo uscire dal teatro per trasferirsi nella realtà.
Come nasce l'idea di portare il mito di Medea per le strade delle città?
«Percorrendo ogni giorno la statale 231, tristemente famosa in Puglia, ci siamo interrogati sul fenomeno dello sfruttamento della prostituzione, al quale sembriamo assuefatti. Da qui è nata l'esigenza di portare il pubblico ad un confronto diretto con questo dramma. Parallelamente, da tempo pensavamo di mettere in scena un mito classico. Accostare la storia di Medea con quella di una ragazza dell'Est dei nostri giorni è stato semplice e naturale».
Una libera riscrittura di Euripide quindi.
«La trama è quella della tragedia classica. La protagonista è una ragazza straniera, sedotta da un italiano e portata qui con la promessa di un matrimonio e di una vita migliore. Con quest'uomo che la tradirà ha anche due figli. Il testo, completamente riscritto da me e da Fabrizio Sinisi, si distanzia da Euripide per l'ambientazione contemporanea, ma la storia di Medea c'è tutta: quello che sembra un fantastico è molto più reale di quanto si possa pensare».
Un punto di vista quasi antitetico rispetto a quello proposto di recente a Modena dal riallestimento della versione di Ronconi.
«Certo la figura di Medea come viene dipinta da Euripide è molto lontana. A noi interessava di più porre l'accento su alcune questioni che entrano ogni giorno nelle nostre case. In questo trovo che il mito di Medea si avvicini alla nostra sensibilità. Volevamo che il pubblico si confrontasse con i temi dell'immigrazione e della prostituzione, però non in modo canonico come nel teatro tradizionale, ma toccandoli con mano. Ecco perché questo, più che uno spettacolo, è un'esperienza: il pubblico viene condotto sulle strade dove si consuma ogni notte questa schiavitù».
Per realizzare quest'esperienza avete svolto volontariato sul campo.
«Originariamente lo spettacolo nasce per il palco. Poi, mentre cresceva in noi l'esigenza di approfondire l'argomento, il testo ha subito delle modifiche. Ci siamo rivolti alle associazioni sui territori. La prima con cui siamo entrati in contatto mi ha permesso di accompagnarli in operazioni di strada. Stiamo costruendo una vera e propria rete a livello nazionale, anche se molte realtà sono già in contatto fra loro».
Come si svolge lo spettacolo?
«Sette spettatori non entrano in teatro, ma salgono a bordo del furgone di Medea. C'è una forte intimità dovuta al contatto ravvicinato che hanno con me. Durante il percorso assistono allo sviluppo della storia, mentre il furgone percorre le strade del meretricio. Ogni volta, in ogni città, si creano alchimie diverse. La vicinanza con l'attrice accosta di più alla storia, lo scambio tipico del teatro tra spettatore e attore è amplificato. Proprio per questo principio di vicinanza abbiamo voluto portare il pubblico dove le donne vivono la loro tragedia. Al termine dello spettacolo il pubblico viene riaccompagnato all'ingresso del teatro».
“Il furgoncino di Medea” è anche un blog.
«Sì, un posto virtuale dove vengono raccolte le storie incontrate in ogni città e le testimonianze di operatori e mediatori. È un modo per fare informazione: se si conosce un fenomeno lo si vede con occhi diversi, quello che cerchiamo di fare noi con gli spettatori».
Emanuele Carrafa
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