Gazzetta di Modena

Modena, Dunk, una ricerca tra musica e poesia

di Serena Fregni
Modena, Dunk, una ricerca tra musica e poesia

La band presenta l’album d’esordio caratterizzato da sonorità punk

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MODENA. Il loro primo album d’esordio, “Dunk” è uscito lo scorso 12 gennaio per Woordworm Label. Loro sono i “Dunk”, band italiana nata dall’incontro dei fratelli Marco e Ettore Giuradei, protagonisti del mondo indie bresciano, Luca Ferrari dei Verdena e Carmelo Pipitone dei Marta sui tubi che questa sera si esibiranno all'Off. Un disco a cuore aperto dove le “Le nuove liriche” di Ettore Giuradei si sposano con una batteria corposa e materica, giri di chitarra che regalano sfumature inedite, tastiere che intessono la struttura profonda dei brani. Proprio Ettore Giuradei racconta qualche curiosità sulla band.

Come vi siete incontrati?

«Esattamente un anno fa, sia io che mio fratello e Luca venivamo da percorsi diversi, Marco e Luca stavano provando da un anno a fare delle Jam in casa Verdena e io mi stavo portando avanti con un lavoro più solista. Sia io che loro non riuscivamo a trovare uno sbocco o a concretizzare questi percorsi, un giorno ci siamo trovati per suonare, abbiamo fatto ascoltare alcuni pezzi a Luca e ci siamo incontrati musicalmente. Il passo successivo è stato contattare anche Carmelo Pipitone che è stato il “Jolly” e ha chiuso la formazione».

Da dove deriva la scelta del vostro nome, “Dunk”?

«Il filo conduttore di tutto il percorso fino a questi giorni del tour è abbastanza punk. Quindi, quando ci siamo trovati per dover decidere il nome del gruppo a me girava in testa questa doppia parola un po’ al limite del blasfemo che è “Dio Punk”, mi piacevano come concetti pensati insieme. Stringendo e giocando con lettere e con le parole è venuto fuori Dunk che è piaciuto anche agli altri e solo dopo abbiamo scoperto che in inglese vuol dire inzuppare che ci faceva sorridere. Inoltre c'è anche il richiamo con “Slam Dunk” che è la schiacciata del basket, un po’ per richiamare e descrivere l’impatto sonoro che abbiamo quando “pestiamo” di più».

Come avete concepito l'album?

«Per la parte letterale, del testo, c’è una ricerca che sto portando avanti da tempo, mi affascina l’argomento esistenziale ispirato da autori come Carmelo Bene, nel disco risuonano molte citazioni di autori. Anche Murakami o poeti abbastanza sconosciuto come Raimondi o Michele Beltrami».

Chi lo ascolta quindi percepisce la presenza di questi autori?

«Si, credo proprio di si, nell’insieme spero di essere riuscito ad incastrare le mie parole con quelle citate però sicuramente sarà curioso leggersi il libretto e curiosare su quello che sono state le fonti d’ispirazione».
 

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