Gazzetta di Modena

“Il giocatore”, la ludopatia con gli occhi di Dostoevskij

di Emanuele Carrafa
Una scena tratta da "Il giocatore"
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Una scena tratta da "Il giocatore"

Al Teatro Storchi l’adattamento di un classico che affronta un tema attualissimo Il protagonista Daniele Russo: «Questa vicenda è terribilmente vicina a noi»

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MODENA. Esordisce oggi alle 21 al Teatro Storchi di Modena "Il giocatore", adattamento del romanzo di Dostoevskij realizzato da Vitaliano Trevisan.

Fino a domenica 18 marzo sarà Gabriele Russo a dirigere la compagnia del Teatro Bellini di Napoli.

Quali sono i punti di contatto e quali le distanze dal classico del maestro russo?

«Il testo di Trevisan rispetta l'originale. Nei limiti imposti da un adattamento, la storia viene narrata completamente e senza tradimenti - dice Daniele Russo, che sul palco interpreta Aleksej Ivànovic, protagonista del romanzo - Tuttavia non c'è un riferimento spazio-temporale preciso. A questo si aggiunge la storia della genesi del romanzo, che abbiamo pensato di inserire partendo dai diari della moglie di Dostoevskij, Anna Grigor'evna. Questo doppio piano narrativo si interseca fino a diventare unico nella seconda parte dello spettacolo, in cui il mio personaggio si mescola a quello di Dostoevskij».

Perché portare in scena questa storia?

«Forse il regista è ludopatico! (ride). Scherzi a parte, il gioco sembra essere la malattia di questo secolo, i numeri sono sconvolgenti. Se è vero che il teatro deve occuparsi di ciò che succede intorno a noi, non parlare di questa piaga sarebbe un abominio. Sarebbe stato più semplice scrivere un testo su una vecchina che si gioca la pensione alle slot machine. Ma chi ci ha preceduto ha parlato di manie e compulsioni in maniera più completa e pregna. Per questo riferirsi a un grande della letteratura diventa un passaggio obbligato. La storia che ci racconta è terribilmente vicina a noi, a quel bombardamento quotidiano del gioco d'azzardo e dei concorsi a premi».

Il regista dello spettacolo è suo fratello. Com'è lavorare con la famiglia?

«Non è mai facile. Ci aiuta l'essere reduci, con questo stesso cast, da uno spettacolo di grande successo come "Arancia Meccanica". Il merito è di Gabriele, è grazie a lui e al suo modo di fare con gli attori se siamo diventati un gruppo molto coeso».

Cosa può dirci del suo ruolo di protagonista e narratore della storia?

«Il mio personaggio si sviluppa su tre piani narrativi: quello di Dostoevskij che scrive il romanzo e ha un evidente rapporto con la dipendenza dal gioco; quello di Alexsej Ivànovic che agisce nella storia e quello dello stesso Alexsej che la racconta come ricordo, poiché i fatti sono già tutti avvenuti. All'onore di confrontarsi con un classico si aggiungono gli oneri che ne derivano: tante parole, tante emozioni, tanto materiale che emerge in continuazione e che capisco lavorandoci giorno dopo giorno. È un testo pieno di sensi e controsensi, ricco di sottotesti. Questo romanzo fu una grande scommessa per il suo autore, che lo scrisse di fretta per necessità in soli 28 giorni. Infatti alcuni personaggi spariscono, alcuni fatti non collimano; la compulsione non è solo del gioco, ma anche nella forma dello scritto».

Qual è il vostro rapporto con Modena?

«L'ultima volta siamo venuti in città con "Arancia meccanica", uno spettacolo scostumatissimo che richiedeva molta pazienza da parte del pubblico, messo a dura prova soprattutto nei primi dieci minuti. Ovviamente è andato tutto bene, il pubblico di Modena è molto preparato, avvezzo a frequentare il teatro e questo lo si avverte immediatamente. Anche per questo a Modena si viene sempre con piacere».

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