Castelvetro. «La gente in fuga dalla guerra padri, madri e figli come noi»
Il fotografo e la compagna per una settimana nei Balcani tra i profughi siriani «Persone senza più nulla ma con grande dignità e solo in cerca di un futuro»
CASTELVETRO. «Capiamo ed elaboriamo il passato, altrimenti ritorna: quei siriani, afgani e iracheni che scappavano da quattro anni di guerra siamo tutti noi. Tutti gli esseri umani, per dare un futuro ai propri figli, farebbero come le persone che in massima parte scappavano dai bombardamenti di Assad e con le quali abbiamo camminato, nel 2015, lungo la via dell’esodo dei Balcani, tra Grecia e Macedonia». A parlare sono il fotografo modenese Luigi “Gigi” Ottani e la compagna, attrice, Roberta Biagiarelli che ieri erano sulla storica piazza Roma e al centro espositivo Pake, dove hanno montato l’installazione “Scappare dalla guerra camp”: otto tende su cui sono riprodotte fotografie dell’esodo dei siriani nell’area balcanica di accesso all’Europa.
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Al Pake anche la mostra fotografica “Scappare dalla guerra” che fino all’8 aprile raccoglie le immagini del volume “Dal libro dell’esodo” (Piemme Mondadori). Una storia nata quando la coppia ha trascorso una settimana, nell’agosto di tre anni fa, condividendo il tempo con le migliaia di persone che fino al maggio 2016 sono state nel campo di Idomeni, il più grande centro profughi d’Europa addossato al filo spinato del confine greco-macedone. Da questa esperienza la coppia di artisti ha tratto il libro - con prefazione dell’inviato di Repubblica Paolo Rumiz - che raccoglie saggi di esperti, foto e storie per non dimenticare. «Abbiamo visto - spiegano Ottani e Biagiarelli - non l’inferno, ma persone che cercavano un futuro per i propri cari. C’erano tanti bambini, spesso insieme ai padri, c’era molta classe media siriana, tanti professori e professionisti poliglotti insieme a giovani che cercavano un futuro in Germania, Svezia, Norvegia».
Dopo la settimana nei Balcani che avete fatto?
«Abbiamo pensato a un libro che raccogliesse le tante foto scattate da me e le storie raccolte da Roberta. Abbiamo informato don Erio Castellucci, il vescovo di Modena che ci segue, e abbiamo intitolato il volume, senza essere blasfemi, “Dal libro dell’Esodo”. Successivamente abbiamo iniziato a girare con la mostra delle tende, dove riproduciamo alcune delle immagini e storie del libro. Siamo partiti con una edizione presso Giurisprudenza a Modena, poi abbiamo portato la mostra in Svizzera, a Roma, Milano, Ascoli Piceno. A Castelvetro abbiamo anche realizzato una seconda esposizione al chiuso che riproduce le immagini su cartone grezzo. Le persone sono molto interessate».
Successivamente al posto di quel campo profughi è nato il muro dell’Ungheria e la via balcanica è stata sostanzialmente chiusa...
«Già, e non dobbiamo dimenticare perché le persone che abbiamo visto, che avevano pagato migliaia di euro ai trafficanti per avere un minimo di futuro, spesso non avevano che una sporta o una piccola tenda. Erano però persone dalla grande dignità e di frequente molto colte, borghesi: siamo rimasti colpiti e, tornati, ne abbiamo parlato con il vescovo e con l’amministrazione di Modena. Da lì è nato il libro con foto prese da vicino: le persone si lasciavano fotografare senza problemi perché non erano certo criminali, ma uomini, donne, bambini in cerca di futuro come faremmo tutti nella loro condizione».
Avete fatto molte presentazioni del vostro lavoro?
«Circa settanta e ogni volta è stato importante perché affrontiamo questa delicata tematica fuori dagli stereotipi tanto di moda oggi. Vedendo queste persone molti non pensano più slogan come “Ci rubano il lavoro” o “Prima gli italiani”. Le foto e le storie le abbiamo raccolte da vicino, sono vere, drammatiche, estremamente reali».
Quella settimana vi ha cambiato?
«Siamo tornati dall’area con una grande energia e ora testimoniamo questa empatia tra esseri umani. Come dice don Erio: l’umanità della vicenda serve a scuotere e a riportare le cose al centro del discorso. La nostra voglia di capire e mettere a fuoco il presente è utile. Faremo anche uno spettacolo teatrale con le storie raccolte in dialogo con le immagini».
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