Un “Giustiziere” troppo splatter a supporto della politica pro-armi
IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE di Eli Roth. Usa 2018Nel 1974, in epoca nixoniana, uscì un film, “Il giustiziere della notte”, diretto dal mestierante Michael Winner, che suscitò scandalo e accuse di...
IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE di Eli Roth. Usa 2018
Nel 1974, in epoca nixoniana, uscì un film, “Il giustiziere della notte”, diretto dal mestierante Michael Winner, che suscitò scandalo e accuse di fascismo e apologia della violenza. Nel ruolo (rifiutato da Clint Eastwood e Steve McQueen) di un architetto liberal, Charles Bronson vede la figlia stuprata e la moglie uccisa (agghiacciante l’avvio con la sevizie delle due donne) e si trasforma in uno spietato giustiziere: la polizia tenta di fermarlo ma la popolazione tifa per lui. Parola d’ordine: “Se la polizia non ci protegge, dobbiamo pensarci da soli”. Da questo film, che ebbe ben quattro seguiti con Bronson fino al 1994, nacque tra l’altro il filone del poliziottesco all’italiana. A sua volta, “Il giustiziere della notte” era la derivazione al ribasso e la degenerazione fascistoide del mitico “Ispettore Callaghan” (1971) di Don Siegel. Particolare curioso: le musiche del film erano firmate nientemeno che da Herbie Hancock, il grande jazzista. Ora, quasi cinquant’anni dopo, in epoca trumpiana, ci riprova Eli Roth, il sodale di Tarantino autore della saga supersplatter di “Hostel”, qualcosa vorrà pur dire. Si vuol forse dare supporto alla politica pro-armi del presidente e della National Rifle Association, messa un po’ in crisi dal proliferare di sparatorie e massacri nelle scuole un po’ in tutti gli States? Sta di fatto che il remake supera di gran lunga in bruttezza e fascismo il capostipite. Ci sono anche alcune differenze, o aggiornamenti: da architetto, il personaggio del giustiziere Paul Kersey diventa un chirurgo, per giustificare alcune sue spietate prodezze sulla pelle dei “giustiziati”. Non è un reduce di guerra come era il Kersey di Bronson, abile di suo con le armi, infatti si taglia una mano con il carrello della sua Glock. Da New York passiamo a Chicago, cambiamento giustificato dal fatto che quest’ultima è in testa alle città col più alto tasso di criminalità. I rapinatori assassini, che nell’originale erano anonimi, qui vengono subito svelati nella loro identità, forse per permettere al personaggio un qualche rovello interiore al passo coi tempi (Bronson invece ammazzava senza pensarci su un attimo). Ma il cambiamento più significativo e ripugnante sta nella quantità e qualità assai superiore di violenza e abomini vari, in linea con l’estetica splatter di Eli Roth, un vero piccolo macellaio compiaciuto. Il film è letteralmente zuppo di sangue, trippe che fuoriescono dal ventre, torture efferate che il prode Kelsey propina con evidente piacere e sapienza chirurgica. Il film ideologicamente sta tutto dalla parte del giustiziere, anche se cerca di fornirgli qualche alibi morale assai ipocrita e gli affianca un fratello che vorrebbe fungere da coscienza morale (naturalmente inascoltata). Questi tentativi goffi di giustificazione sono necessari in un’epoca in cui il dibattito sul controllo delle armi da sparo è diventato uno dei primi punti dell’agenda politica americana. Paradossalmente, questo aspetto finisce per depotenziare il divertimento colpevole offerto da questo filmetto, dandogli un controcanto ideologico che lo impappina sul piano narrativo. Dal punto di vista del godimento “osceno” del fan del film d’azione e violenza, sarebbe stato meglio soprassedere del tutto da questo lato ipocrita e associarsi senza se e senza ma alle discutibili prodezze omicide del protagonista (peraltro, un Bruce Willis moscio che funziona assai poco nella parte e che da l’impressione di dissociarsi per primo dalle azioni del suo personaggio).
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