Gazzetta di Modena

Paolini, l’uomo e il suo futuro. A Vignola un’indagine in forma di fiaba

di Andrea Marcheselli
Paolini, l’uomo e il suo futuro. A Vignola un’indagine in forma di fiaba

“Le avventure di Numero Primo” è lo spettacolo che viene presentato al Fabbri tratto dall’omonimo romanzo scritto dall’attore e da Gianfranco Bettin

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VIGNOLA. “La fantafavola di Marco Paolini e Gianfranco Bettin mette in scena un mondo futuro trasformato dalla biotecnologia in cui, però, l’intelligenza artificiale scopre di poter avere, senza saperlo, anche un cuore. In questa realtà la montagna preserva una sua irriducibile differenza rispetto a un mondo globalizzato, in cui Marghera e Venezia invadono la pianura fino alle Alpi e lo stesso mare perde la sua specificità”.

Queste parole introducono la motivazione del Premio Mario Rigoni Stern consegnato sabato scorso a Riva del Garda a “Le avventure di Numero Primo”, l’opera su cui si basa l’omonimo spettacolo che Paolini proporrà domani sera, unica data in provincia di Modena, al teatro Fabbri di Vignola.

Naturalmente il romanzo contiene molte più cose di quante possano esserne comprese in uno spettacolo di un paio d’ore, ma i temi fondamentali restano tutti e sono sostanzialmente domande che dovrebbero indurre ad una sorta di investigazione sulla scienza e sull'applicazione nella vita quotidiana delle sue scoperte. Rimaniamo, dicono i coautori, nel campo della fiaba, di un’avventura futuribile che ha quale protagonista un bambino di padre certo ma di madre misteriosa, con il finale sospeso e la certezza che la storia non possa finire così.

Per la sua ideazione, Paolini e Bettin sono partiti da alcune domande: qual è il rapporto che ciascuno ha con l’evoluzione della tecnologia? Quale spazio ha quest’ultima nella nostra vita? Quanto ci interessa conoscerne le dinamiche? Che differenza esiste, infine, tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale? «Ho un’età - aveva a suo tempo affermato Paolini - in cui non sento il bisogno di guardare indietro, di ricostruire, preferisco sforzarmi di immaginare il futuro... Parlerò della mia generazione alle prese con una pervasiva rivoluzione tecnologica. Parlerò dell’attrazione e della diffidenza verso di essa, del riaffiorare del lavoro manuale come resistenza al digitale. Parlerò di biologia e altri linguaggi, ma lo farò seguendo il filo di una storia più lunga che forse racconterò a puntate come ho fatto con i primi Album». Si è giunti così alla vicenda di questo bambino che si è scelto da sé un nome strano, Numero primo, che è diverso dagli altri, ignaro di tutto e pieno di entusiasmo, creato dall'incontro fra l’uomo e un’intelligenza artificiale tanto evoluta da avere addirittura sviluppato una propria coscienza.

La comunità scientifica ha adottato, negli anni Ottanta, il termine “antropocene” per identificare una giovanissima era geologica caratterizzata dall'azione prevalente del fattore umano come causa di trasformazione del pianeta. L’antropocene è peraltro condizionato da un principio pressoché ingovernabile scientificamente: la moda, che determina la sopravvivenza di qualsiasi cosa. Per questo, il romanzo e lo spettacolo si interrogano costantemente sulle prospettive cui va incontro la specie umana, con l'apparente ingenuità di chi sa invece porre i quesiti giusti e senza la presunzione di capire tutto o, peggio, di spiegare tutto, ma con la curiosità di investigare e ragionare. “La montagna è il rifugio dove Numero Primo, la capra bionica e Ettore, il padre adottivo, riparano nel momento del pericolo. E la montagna è dove muore Matilda - la “madre” - uscita vincitrice nella sua lotta per la preservazione dell’Uomo. In un rifugio di ghiaccio a chiusura del cerchio”: così si chiude la motivazione del Premio Rigoni Stern. Non è una risposta, ma forse un'ipotesi di risultato.
 

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