“Un sogno chiamato Florida” umanissimo film di Sean Baker
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA di Sean Baker, Usa 2017Il motel americano possiede il fascino sottile della ripetizione: tutto vi è sempre identico, confortevole. In esso ritroviamo gli stessi oggetti, le...
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA di Sean Baker, Usa 2017
Il motel americano possiede il fascino sottile della ripetizione: tutto vi è sempre identico, confortevole. In esso ritroviamo gli stessi oggetti, le stesse abitudini. Fa parte, insieme al fast-food, al diner, alla gas station, al parking lot, alla freeway, al suburb, all’hamburger gigante su un cartellone lungo cinque metri, di quel paesaggio di banalità mitica che è la quintessenza dell’America, il paesaggio dell’indifferenziato, del sempreuguale, dell’utopia e della democrazie concretamente realizzate su questa terra. Il viaggio per gli States è innanzitutto il viaggio attraverso i suoi motel, cinema pittura e letteratura hanno esaltato il motel come epitome della libertà astratta e assoluta, come tappa obbligata all’interno dell’America superficiale e brillante opposta a quella profonda dei costumi e delle mentalità, l’America “siderale” di Jean Baudrillard. Si potrebbe fare una affascinante storia del cinema americano attraverso il motel, a partire naturalmente da quello celebre di “Psyco”. Ora si aggiunge questo film di Sean Baker, già apprezzato per “Tangerine”, che mette in scena, proprio di fronte al Disney World Resort, “il posto più felice sulla terra”, a due passi da Disneyland, un motel colorato in cui vive un’umanità ai margini, dove i bambini sono monelli indomabili. È un film sfavillante, umanissimo, costruito attorno a un gruppo di ragazzini scatenati, a un mondo di colori scrostati riflesso del declino dell’American Dream. Il motel, qui, è affollato di gente ferita, che però si ostina a voler sopravvivere nonostante tutto. È una sorta di rifugio di persone via via emarginate dalla corrente principale della vita e del benessere, ma rimane quantomeno un motel, con i suoi piccoli e grandi riti, le sue figure ricorrenti. Un motel che vede caos organizzato, piccolo ribellismo da gestire. La figura dell’ordine è Bobby, il gestore, umano e comprensivo, che cerca di tenere assieme il tutto. Le figure di disordine sono i tre ragazzini Moonie, Scooty e Jancey, sei anni, che provano a fare della realtà trash che li circonda una avventura giocosa degna di un Mark Twain. I motel in cui vivono si chiamano Magic Castle Hotel e Futurland Hotel, ma naturalmente non c’è nessuna magia e tantomeno nessun futuro per le loro esistenze. All’inizio, vediamo le piccole pesti fare una gara di sputi sulle automobili parcheggiate. Più tardi, fanno saltare la luce o spiano le tette delle donne nella “pool”. Insomma, la loro funzione è creare un sano caos, una medicina alla felicità fasulla e truccata dell’America gigantesco Parco Giochi. Dietro la facciata luccicante di Disneyland, dietro l’architettura grottescamente finto-gotica della Florida, dietro le fiumane di turisti sorridenti, c’è dunque uno spazio “altro”, quello del motel, che diventa una sorta di discarica, di riciclaggio dell’invenduto o del non adatto. I ragazzini si incaricano di svelare tutto ciò, accompagnati perennemente da una cinepresa del tutto complice che sta alla loro altezza, felice di commentarne in diretta le bravate. Anche quando escono dallo spazio del motel e si aggirano tra i chiostri colorati dei gelati e delle bibite, nello spazio della felicità truccata, ecco che non rinunciano a creare scompiglio, a scroccare soldi. I loro padri sono totalmente assenti, le madri tirano a campare, si prostituiscono o vendono profumi per strada. Però amano i loro figli, che alla fine vorranno scoprire cosa c’è davvero dietro la facciata del castello di Disneyland/America.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
