Alla galleria Mazzoli di Modena c'è Olivo Barbieri
Il "fotografo pensante" di Carpi espone fino al 31 maggio i suoi scatti dedicati ad America Monument and Monument"
MODENA. Sorprendente il lavoro che Olivo Barbieri ha fatto dal 1993, quando fu invitato per la prima volta alla Biennale di Venezia. Aveva allora 39 anni ed era il più giovane dei partecipanti nella sezione, a cura di Arturo Carlo Quintavalle, dedicata alla fotografia di 20 autori, protagonisti negli ultimi 60 anni.
L'artista carpigiano poponeva immagini sulla "Notte", con una ricerca, in 12 anni, sul paesaggio e architettura che poneva attenzione alla luce artificiale, alla pellicola a colori, al tempo di posa e alla durata. Barbieri sarà chiamato alla rassegna internazionale di Venezia per altre quattro volte. Senza contare che le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche tra cui quella del MAXXI di Roma, la GAM e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, il Museo di Capodimonte di Napoli, la Triennale di Milano, il Museum Folkwang di Essen, il SFMOMA di San Francisco e il MOMA di New York e sono state esposte in prestigiosi spazi pubblici e privati. Ora le sue immagini, per la prima volta, si possono vedere fino al 31 maggio, alla Galleria Mazzoli, in via Nazario Sauro, nella mostra "America Monument and Monument".
Da evidenziare che Barbieri non ha mai considerato la fotografia come una sorta di avventura, ma come riflessione sul suo linguaggio, dagli aspetti specifici, e in relazione a quello di altre forme creative. È viva la coscienza dell'analisi di ogni sua operazione, a partire dalla durata dello sguardo prima dello scatto, con pose lunghe di fronte alla realtà, perché l'immagine possa contenere una maggiore ricchezza di tempo e, quindi, di vita. Una disciplina, che l'artista rinnova nel tempo, perché "la fotografia che fa percepire il tempo trascorso amplifica e tiene in vita le cose. Sono attratto dal costruito dall'umanità dal quale traspare sempre una forza culturale che ne qualifica il gesto. Triste, ma gli esseri umani passano le cose restano".
Nel dialogo con Achille Bonito Oliva emerge come Barbieri (studi alla facoltà di pedagogia e al Dams dell'Università di Bologna) sia un "fotografo pensante", costruendo l'immagine secondo una lucida logica poetica. Un'immagine di nuova considerazione estetica e di manifestazione linguistica, mentale che cerca e trova un modello di reinvenzione non asservito al gigantismo, alla cultura e ai maestri americani. Nessuna "ammirazione reverenziale per la vivacità, la grandiosità e l'esotismo del mondo americano. L'opera di Barbieri segna - sostiene Tobia Bezzola, nel catalogo della mostra - piuttosto la fine di un'era, la fine del secolo americano della fotografia". Tra le 20 grandi opere, figurano angoli di architettura della California, Nevada e Arizona, che risultano spogliati, in forme elementari, di quella fascinazione che ha attratto, per lungo tempo, i fotografi europei. "I soggetti li ho avvicinati per decifrarli, trasformarli in domande... La mia generazione - afferma Barbieri - è stata tra le prime in Europa e forse negli Stati Uniti che ha deciso di usare la fotografia come strumento artistico. Soprattutto la fotografia a colori". E per avvalorare questo suo concetto il carpigiano porta sulla scena immagini innegabilmente nuove, con richiami o riferimenti ai lavori di Luca Signorelli, Piero Della Francesca (Polittico della Madonna della Misericordia), Mark Rothko, Lewis Baltaz, John McLaughlin, Giorgio Morandi, Saccaccino Saccaccini da Carpi, Brueghel il giovane, Guercino, che si offrono come racconto. Non si tratta di citazione, ma di integrare il passato e il presente di interrelazioni, di delineare la capacità creativa della fotografia e forse anche di rivendicare il ruolo della cultura occidentale, "dove non si è cessato di cercare la verità".
Michele Fuoco
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