L’Italia si fermò il giorno dei funerali degli operai uccisi
Segue da pag. 29“Da lontano cominciammo a renderci conto che era successo qualcosa, c'era la polizia e quando fummo vicine alla casa sentimmo le urla e il pianto di mia madre. Il giorno dopo, c'era...
Segue da pag. 29
“Da lontano cominciammo a renderci conto che era successo qualcosa, c'era la polizia e quando fummo vicine alla casa sentimmo le urla e il pianto di mia madre. Il giorno dopo, c'era una nebbia terribile, fummo tutti portati in auto (e quello era già un evento, all’epoca le macchine erano una rarità) all'obitorio dell'ospedale di Modena. La scena mi è rimasta impressa: il corpo di mio fratello, il sangue dappertutto, per terra e sul lenzuolo, gli altri morti … Togliatti, venuto a Modena in seguito all'eccidio, decise con Nilde Jotti di aiutare una delle famiglie coinvolte. La scelta cadde su di noi. Il tramite fu l'onorevole Gina Borellini, una partigiana medaglia d'oro alla Resistenza, che in guerra aveva perso un arto. Anche dietro spinta dei miei fratelli e delle mie sorelle, fu stabilito, con una specie di accordo reciproco, che io andassi a Roma a studiare. Quello dello studio era un mito dei miei fratelli che non avevano potuto andare oltre la quinta elementare: erano consapevoli che andare a scuola era il mezzo per cambiare la propria condizione. L'idea che io potessi studiare fu anche di incentivo per mia madre che era restia a lasciarmi andare. In realtà, l'allontanamento è poi stato relativo, sono sempre stati mantenuti molti contatti, sia perché io tornavo regolarmente a Modena, sia perché qualcuno della mia famiglia veniva a Roma. Da allora ho vissuto sempre con Palmiro Togliatti e Nilde Jotti. Prima che io compissi i diciotto anni Togliatti riuscì, con un'azione legale, a darmi il suo cognome. Infatti io mi chiamo Malagoli Togliatti”.
Angelo Appiani abitava al n. 36 di Via Due Canali, una strada senza sbocchi, che conosco benissimo perchè in fondo a sinistra, prima di arrivare al canale Naviglio, mio padre con altri due soci aveva aperto una fabbrica di borsette (credo che ben pochi sappiano che il nome della strada deriva dal canale oggi coperto, e da un canale che passa nascosto sotto tutte le case per sfociare poi nel Naviglio). Viveva lì con la moglie Wilma e il piccolo Ermanno, che poi diventerà apprezzato funzionario del Comune di Modena.
Era una zona fortemente di sinistra. Ricordo che nel cortile della fabbrica di mio padre si tenne anche una Festa dell’Unità.
Lì a metà strada c’era una cellula del PCI. Ricordo una stanza non molto grande, con un ritratto di Stalin appeso alla parete circondato da fiori rossi finti. Era intitolata a Tauro Gherardini, nato a Modena il 19 marzo 1921, partigiano, padre del mio carissimo amico Brunello, e la stanza era stata offerta dal padre Evaristo. Tauro partecipò al secondo conflitto mondiale come geniere, ma dopo l’armistizio conobbe i drammi della guerra: nel corso di un bombardamento perse uno dei due figli e l’altro restò gravemente ferito. Venne arrestato il 31 dicembre 1944 per la delazione di una spia e fucilato dai fascisti il 15 febbraio 1945 insieme ad altri quattro ostaggi partigiani nella piazza di Fiorano. Quando la cellula venne chiusa, e la nuova sezione del PCI si traferì, assunse il nome di Angelo Appiani.
Al vecchio Evaristo dispiacque moltissimo.
Rolando Bussi
bussirolando@gmail.com
(25, continua)
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