Modena. “Ifigenia liberata”, riflessione sull’esercizio della violenza
Il regista Rifici: «Lo spettacolo è impostato come una prova aperta al pubblico e, partendo da Euripide, indaga i meccanismi che fanno scattare l’aggressività»
MODENA. Questa sera alle 20 e domani alle 15.30 il Teatro Storchi ospita “Ifigenia, liberata”, una produzione di LuganoInScena con LAC Lugano Arte e Cultura e Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa e Azimut. La regia è di Carmelo Rifici, regista e collaboratore di Luca Ronconi, dal 2015 direttore della Scuola di Teatro Luca Ronconi del Piccolo di Milano.
“Ifigenia, liberata” è ispirato ai testi di diversi autori, classici e moderni. Come viene declinato il mito?
«Abbiamo utilizzato il testo di “Ifigenia in Aulide” di Euripide come cardine sul quale poggiare la nostra riflessione, mia e di Angela Demattè, la drammaturga» afferma Carmelo Rifici. «La riflessione è sul capro espiatorio, su come il mondo abbia creato un sistema di linciaggio della vittima sacrificale di turno. Euripide è fondamentale perché è il primo autore del quale abbiamo notizia che nelle sue opere sia riuscito - attraverso personaggi slegati dal mito, come un servo o uno schiavo - a guardare con occhi nuovi a questo sistema che sopravvive ancora oggi, per il quale il mondo è sempre alla ricerca di un colpevole fuori da sé. Per una riflessione più ampia e complessa, al suo testo abbiamo accostato il pensiero di filosofi che potessero aiutare la squadra di attori ad avere più consapevolezza della questione».
Lo spettacolo si sviluppa come una sorta di simposio. In che modo?
«Abbiamo deciso di impostarlo come una prova aperta al pubblico. Un regista e una drammaturga - interpretati da due attori - portano in scena saggi filosofici, antropologici, psicanalitici e discutono con gli attori su come questo materiale possa intervenire all'interno del testo di Euripide. Partecipano nelle prove e forniscono agli attori aiuti letterari per spiegare il significato di un concetto. Tutti i personaggi spesso si rivolgono al pubblico come se questo facesse parte della prova, ma non c'è una vera chiamata in causa della platea».
“Ifigenia, liberata” rientra in una ricerca sulla violenza, affrontata da lei anche in altri spettacoli precedenti.
«Da alcuni anni indaghiamo testi che hanno come tema l'esercizio della violenza. Ci interessa leggere come la violenza si perpetui nel mondo, come venga veicolata e utilizzata dagli esseri umani: a volte canalizzata, spesso dilagante in maniera incontrollata. Siamo come ossessionati dal cercare di capire quali siano i meccanismi che fanno scattare l'aggressività; come mai l'uomo, nonostante la sua evoluzione culturale, conservi in profondità il suo essere aggressivo e non remissivo, votato alla guerra più che alla pace. Esistono diverse ipotesi sociologiche e psicanalitiche, letterarie e mitologiche che io e i drammaturghi con cui collaboro cerchiamo di scandagliare da tempo. Autori come Nietzsche o Girard ci hanno messo una vita a studiare queste dinamiche, perciò la ricerca che non può risolversi in un solo spettacolo. Stiamo già pensando a come proseguire».
Il titolo dello spettacolo riserva forse un esito positivo in quell'aggettivo “liberata”?
«Il mito viene rispettato: Ifigenia muore e viene salvata da Artemide che la trasforma in cervo, questo è immutabile. Di certo immaginiamo altre possibilità, paventate da Euripide nella tragedia e dall'uomo nella storia. L'essere umano, secondo Jung, trova sempre un modo per sopravvivere, un “farmaco” capace di arginare il germinare e il diffondersi della violenza. Tuttavia lo spettacolo non propone soluzioni, ma presenta al pubblico una situazione verosimile, con domande inevase e risposte frammentarie».
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