Carpi, alla Festa del Racconto Michele Serra racconta gli anni delle sue Amache
Giornalista, scrittore, autore televisivo, Michele Serra collabora a La Repubblica dove cura il corsivo "L'amaca", una selezione del quale è stata recentemente pubblicata da Feltrinelli...
CARPI. Giornalista, scrittore, autore televisivo, Michele Serra collabora a La Repubblica dove cura il corsivo "L'amaca", una selezione del quale è stata recentemente pubblicata da Feltrinelli raccogliendo duemilacinquecento opinioni, che Serra si è divertito a rileggere, commentare e reinterpretare.
L'autore de "Gli sdraiati", "Ognuno potrebbe" e "La sinistra e altre parole strane" sarà sul palco del Teatro Comunale, questa sera alle 20.30, con "Beate le bestie. Il mestiere di scrivere tra gli uomini e le mucche", il reading in cui condenserà 25 anni di "Amache" e tramite cui aprirà al lettore le porte della sua bottega di scrittura.
Scrivere ogni giorno, per venticinque anni, la propria opinione sul giornale, è una forma di potere o una condanna?
«Tutte e due le cose, ovviamente. Ma sarebbe imperdonabile dimenticarne una terza: è un piacere. Il piacere di ritrovarsi ogni mattina con una moltitudine di amici. Di molti conosco ormai le reazioni, le critiche, i complimenti, le osservazioni. Mi scrivono da anni, mi parlano da anni. L’Amaca è “social” senza bisogno di esserlo».
E ancora, è un esercizio di stile o uno sfoggio maniacale?
«Nel mio reading “Beate le bestie” ne parlo come di un fenomeno da Guinness, tipo il tizio che mangia tre angurie in quattro minuti. Scrivo ogni giorno da 25 anni, sono più di ottomila corsivi…».
Dove scrive, ogni giorno, le sue amache?
«Nel punto in cui mi trovo. A casa, in viaggio, in albergo… E’ come se fosse parte del mio metabolismo».
Quanta fatica le costa farlo, ogni giorno da anni?
«Certi giorni la fatica è zero: ho voglia, anzi bisogno di scrivere come se fosse la prima volta che lo faccio. Altri giorni, per fortuna pochi, è una fatica tremenda perché sono senza idee e senza energie».
Chi ha scelto il titolo L’amaca? E perché?
«L’ho scelto io, mi sembrava un titolo pigro e periferico. E’ un aspetto del mio carattere e, quando posso, anche della mia vita. Diciamo che sono un pigro frustrato, perché lavoro moltissimo. Ma lo faccio molto lontano da Roma, non solo metaforicamente».
La parola “sinistra” è una di quelle che ricorre più spesso: 1321 volte...
«Perché non ho ancora capito che cosa sia esattamente. E si scrive soprattutto per cercare di spiegare a se stessi le cose che non si capiscono».
Che rapporto ha con il suo pubblico?
«Affettuoso. Consuetudinario. Come con i vecchi amici. Mi sbalordisce scoprire, e accade spesso, che mi leggono anche ragazzi dei quali potrei essere padre e, tra poco, anche nonno».
Nel suo studio c’è una foto di Kurt Vonnegut. “Il” modello, per lei?
«Modello che non sono capace di imitare. Ha una scrittura molto semplice, quasi ruvida. Io non ce la faccio, avverbi e aggettivi abbondano
Prevale, in lei, l’essere giornalista o scrittore?
«Scrittore, anche quando scrivo sui giornali. La forma letteraria, per me, vale più delle idee e delle opinioni. Una cosa giusta scritta male vale zero, una cosa sbagliata scritta bene mi interessa di più».
Come vede la concorrenza di internet nel fare giornalismo?
«Non c’è alcuna concorrenza, nel senso che il web ha già stravinto sui media tradizionali: tutti, compresa la televisione. Ma anche sul web, alla fine, sopravvivrà solo la buona qualità. Non adesso: è troppo presto. Adesso vincono il caos e la fretta. E il gratuito, che è la distruzione del giornalismo e della qualità in generale».
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