Paolo Giordano torna e scava nell’amicizia
“Divorare il cielo” è il nuovo romanzo, dieci anni dopo “La solitudine dei numeri primi” vincitore del Premio Strega
CARPI. Dieci anni dopo “La solitudine dei numeri primi”, Paolo Giordano è tornato da poche settimane in libreria con “Divorare il cielo” (Einaudi).
Il suo ultimo romanzo racconta una storia d’amicizia tra giovani - Teresa, Bern, Nicola, Tommaso - dall’adolescenza, sul finire degli anni Novanta, fino all’età adulta. Una storia che attraversa vent’anni tra gelosie, desideri, abbandoni, raccontando una continua ricerca di senso e appartenenza. Alle 17 di oggi, Paolo Giordano interverrà alla Festa del Racconto in piazza Re Astolfo, dove parlerà di epica dell’amicizia. Il suo romanzo è un pugno nello stomaco fin dalle prime pagine. Entra nel vivo della storia e dei sentimenti, complice un Sud Italia tanto potente da diventare protagonista.
«Quel Sud mi ha aiutato a restituire la potenza che cercavo di trasmettere in una storia che doveva avere altrettanta intensità emotiva per il lettore - spiega - Tutto il mio lavoro si è svolto in quell’ottica fin dall’inizio; forse per farci spostare da questa grande apatia emotiva che tutti abbiamo, c’è bisogno di qualcosa che arrivi come una trivella. E il Sud, in questo senso, mi fece questo effetto, molti anni fa. Il primo incontro con la Puglia fu un risveglio. Quando incontrai quei luoghi la prima volta, fui investito da quella natura, da quella luce, dal caldo, dall’essere a contatto con gli elementi che per me allora era qualcosa di estraneo, avendo vissuto in un luogo più padano (Giordano è di Torino, ndr). La potenza di quegli elementi mi era estranea e mi spostò da dentro. Credo che ogni artista ricerchi una frontiera, intesa come "esotico" ma anche come frontiera dove è un qualche tipo di pericolo, di confine, da cui muovere, raccontare, da cui la vita ti appare diversa, ti eccita».
Come è stato calarsi nel corpo di Teresa?
«Mi sono trovato benissimo. Anzi, è stato un lutto uscire da questa voce e da questi panni, perché la voce di Teresa mi ha portato a raccontare cose che non mi ero mai permesso di raccontare. Non avevo mai descritto e raccontato il sesso in modo così diretto e con tanta energia: forse me lo sono permesso anche perché ero nei panni di una narratrice femminile. Questo essere altro da me mi ha tolto inibizioni. In realtà anche la prima cosa che ho scritto, “La solitudine dei numeri primi”, era il punto di vista di una bambina. C’è qualcosa di abbastanza spontaneo in me tra femminile e scrittura».
Con questo libro inizia un ciclo nuovo
«Sento che finisce un ciclo, quindi spero se ne inauguri un altro. Sono passati dieci anni da quando ho iniziato a fare questo mestiere; inoltre sento che adesso, a 35 anni, c’è un passaggio di vita in me. Infine, questo libro ha dentro la spinta un po’ selvaggia che aveva “La solitudine dei numeri primi”. Penso perciò di avere concluso un ciclo e di essere riuscito a ricondurmi al principio»
Ha vinto il Premio Strega molto giovane: che rapporto ha con questo successo? L'ha cambiata, influenzata, l'ha per caso schiacciata, messo ansia?
«Ha fatto tutto questo. Ma mi ha anche responsabilizzato e reso uno scrittore migliore, con più grandi ambizioni di quelle che avrei avuto altrimenti. Forse dovrei cominciare a capire come questo grande successo non abbia modificato solo me, ma anche i lettori rispetto a me: forse ora è il primo momento in cui io rincontro realmente i miei lettori, dopo tutto questo tempo. Il lunghissimo tour città per città che sto facendo serve anche a me per riprendere un discorso che mi sembra di aver cominciato e poi congelato per un momento».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
