Galimberti spiega l’Amore la più grande ed eccelsa follia
La lezione magistrale dello psicanalista davanti ad una gremitissima piazza Dai filosofi greci al cristianesimo per indagare il significato di desiderio ed Eros
FIORANO. È cominciato con un'incolpevole ora di ritardo causa treno il Festival “Alfabeti” di Fiorano, dedicato alle parole, ma l'attesa è stata ripagata da un ricchissimo intervento di Umberto Galimberti, che ha aperto la tre giorni dedicandosi alla parola “Amore”. Fra i tanti modi di trattare il tema Galimberti ha scelto di partire da Platone, «colui che ha inventato il nostro modo di parlare e pensare». È quindi speciale per noi la definizione che Platone dà dell'amore, identificandolo come la più grande ed eccelsa delle follie. Follia ha un senso tutt'altro che dispregiativo, è anzi il momento in cui accediamo alla verità. «La ragione - spiega Galimberti - è un sistema di regole riferite al principio di non contraddizione. Una cosa è se stessa e non è altro. I bambini che nascono folli questo nesso non ce l'hanno, per loro un bicchiere o qualunque oggetto può tranquillamente diventare altro: fanno oscillare il significato delle cose e sono nella verità. La ragione non è verità: consente la comunicazione e soprattutto la previsione dei comportamenti altrui in modo da ridurre gli spazi di imprevedibilità che ci angosciano». «La follia, che trasgredisce le regole della ragione - spiega Galimberti - è propria dei bambini ma anche dei poeti come di tutto l'ordine creativo, che fuoriesce dall'ordine razionale. Ma in realtà tutti siamo anche folli: il sogno è lo stato assoluto della follia in cui decadono il principio di non contraddizione, la causalità, lo spazio e il tempo. Non a caso quando ci svegliamo al mattino prima di tutto cerchiamo di recuperare la nostra dimensione razionale, affidandoci a comportamenti rituali e abitudinari. Allontanandosi dalla dimensione del sacro l'uomo riporta le cose nella ragione: gli uomini facevano sacrifici agli dei per tenerli lontani, quando un dio arrivava fra loro faceva decadere le categorie della ragione e non c'era che da aspettare che se ne andasse». Quindi Galimberti spiega l'amore, attraverso Platone e il suo racconto di una cena, che deve essere stata davvero speciale, alla quale erano presenti fra gli altri Socrate, Alcibiade, Aristofane e che aveva per tema l'amore: «Si parla dei discorsi che stanno in piedi da soli. Le nostre idee non ci riescono, sono rette da convinzioni, categorie a cui apparteniamo. È compito del filosofo capire quali sono i comportamenti veri che si reggono da soli. Socrate dice che uno di questi discorsi sono le cose d'amore che lui ha imparato da una donna. La donna non entra mai nei discorsi dei greci, ma in quelli di amore sì. Perché mentre il maschio ha solo una forma di pensiero logico matematico, la donna ne ha altri, quello intuitivo, quello sentimentale, che la fanno sembrare folle. Nel discorso di Socrate i genitori di Amore, che di solito sono identificati nella sensualità di Afrodite e nell'aggressività di Ares cambiano: sono Penia e Poros. Penia è la povertà, amore è mancanza, desiderio di quella parte che non abbiamo. Amore diventa colui che interpreta la parola degli dei per gli uomini e traduce la parola degli uomini agli dei. Le parole della ragione e della follia hanno bisogno di un interprete: Eros è l'intermediario fra la mia ragione e la mia follia, a cui posso accedere a condizione che l'altro me la sveli (i greci avevano anche una persona duale, oltre al singolare e plurale, quella delle parole dense, le più intense, che non si dicono da soli e neanche in compagnia): amore è un rapporto fra me e me grazie a te che me lo hai svelato». Infine il bellissimo racconto di Aristofane sull'uomo originario: «Un tempo l'uomo era doppio, attaccato insieme mani e piedi, faccia a faccia specularmente. Ma era troppo potente così Zeus lo separò. Da quel momento ognuno di noi è il simbolo di un uomo, nel significato greco della parola che significa mettere assieme. L'uomo acquista senso se si riunisce all'altra parte di sé e l'amplesso è la ricomposizione dell'uomo originario: è memoria dell'altra metà, tentativo di ricomporla, sconfitta perché ci si separa e in sostanza si muore soli. Ma per i greci l'uomo è un essere di relazione, che esiste solo perché la nostra identità ci viene dal riconoscimento o misconoscimento degli altri. Questo aspetto dell'identità greca si è abbondantemente perso con il cristianesimo e con l'individualità dell'anima».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
