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Il mondo crudele e kafkiano di Lanthimos

Il mondo crudele e kafkiano di Lanthimos

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO di Yorgos Lanthimos. Irl/Gb 2017 Lanthimos, riprendendo le atmosfere del suo precedente “Lobster” (2015), si conferma abile creatore di un mondo crudele e kafkiano,...

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IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO di Yorgos Lanthimos. Irl/Gb 2017

Lanthimos, riprendendo le atmosfere del suo precedente “Lobster” (2015), si conferma abile creatore di un mondo crudele e kafkiano, irrigato di humour nero, in cui l'essere umano è preda di forze oscure e implacabili, più grandi di lui, e di una società anonima senza capi che funziona come una macchina celibe. Riappare un décor vicino a quello della clinica di “Lobster” (esplorazioni kubrickiane di corridoi labirintici infiniti, neutralità dell'immagine raffreddata con supporto di musica contemporanea glaciale), si conferma la scelta del regista greco per un racconto dal sapore mitologico, in cui spadroneggia una divinità punitrice bambina, crudele e capricciosa, della quale Nicole Kidman finisce anche per baciare i piedi insanguinati, in ginocchio davanti al trono in cantina del perfido Martin, ragazzetto diabolico come il suo omonimo nell'horror anni '80 di George Romero, con il potere apparente di lanciare una terribile maledizione sulla famiglia borghesissima del chirurgo Steven, reo di aver sbagliato mortalmente un intervento chirurgico affrontato dopo aver bevuto. Quali saranno i cervi sacri da sacrificare all'altare della redenzione nel sangue per liberarsi di questa terribile legatura? Lanthimos gira una sorta di horror da possessione demoniaca eliminando qualunque elemento soprannaturale, ma lasciando in scena solo gli effetti sui corpi e sulle relazioni tra gli uomini di decisioni irrevocabili, prese in una dimensione altra, inavvicinabile e imperscrutabile. Nulla, nel cinema di Lanthimos, deve turbare il teorema dell'impossibile convivenza tra gli umani, un teorema che, come in “Lobster”, va applicato secondo una spietata e disumana dimostrazione della tesi, che procede per progressione esponenziale di crudeltà in situazioni simmetriche (la Kidman, algida ed extraterrestre come solo lei sa apparire, a confronto con la vedova ben più carnale di Alicia Silverstone: “faremo un contest di limonate fatte in casa”), fino a un parossismo che mette in caricatura il proprio stesso cinismo, compiaciuto di poter colpire chiunque e dovunque (il finale del film è per stomaci forti). Ne scaturisce uno spettacolo ad alto effetto orrorifico (le tre fasi prima della morte: paralisi/digiuno/sanguinamento degli occhi), con tanto di carne strappata a morsi, con qualche intermezzo da umorismo nero, come il ketchup sulle patatine. Lanthimos chiede e ottiene distanza dal povero spettatore, frastornato da ciò che vede sullo schermo, anche perché il regista ricorre spesso ad ellissi narrative volutamente non chiarissime. In soldoni, viene anche qui dipinto un mondo hobbesiano in cui, per poter sopravvivere, bisogna far male agli altri, e in cui la redenzione dalla colpa deve andare fino all'estremo limite. —

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