Gazzetta di Modena

Castelvetro, Poesia Festival rende omaggio a Umberto Saba

Michele Fuoco
Castelvetro, Poesia Festival rende omaggio a Umberto Saba

Il critico Bertoni parla della sua grandezza europea, come Ungaretti e Montale «Voce dolente, ma con accenti di cantabilità e di gioia». Letture di Diana Manea

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CASTELVETRO.  Poesia Festival guarda anche agli autori morti da tempo, ma i loro testi parlano al presente. Come Umberto Saba (1883-1957) su cui rifletterà, stasera alle 21, Alberto Bertoni a Ca’ di Sola di Castelvetro, presso Villa Cialdini, della Famiglia Chiarli.

Un altro appuntamento di primo piano, con letture di Diana Manea e musiche del Quartetto Klezmer, per il quale si attende il grande pubblico, come ieri sera al Teatro Fabbri di Vignola, all’inaugurazione del Festival che offre, fino a domenica, tanti importanti eventi.

“Saba – dice Bertoni, critico e poeta – è un grande poeta europeo con caratteristiche peculiari, tutte sue. Merita un approfondimento”.

Perché “Saba, la calda vita”?

“È una delle sue metafore, come “l’amorosa spina”. In oltre 50 anni di scrittura Saba ha cambiato stile poetico, ma è sempre legato a questa dimensione della vita. Non ha mai scritto poesie astruse. “La calda vita” intesa come crogiuolo di contraddizioni, noie, grandi dolori. Una vita dell’uomo, come appartenenza al genere umano. Non l’idea del poeta separato dalla società. La sua è una poesia per tutti, e qui c’è una eredità che viene da Leopardi, dai grandi autori dell’ 800, con le aree del melodramma che le persone comuni conoscevano a memoria”.

La sua è una voce dolente?

“Dolente ma con accenti di cantabilità e di gioia. Problematica per la sua natura bisessuale. Aveva una figlia. E come ha detto Contini “ è stato psicanalitico prima della psicanalisi”. Nel primo Canzoniere del 1921 ci sono considerazioni sull’inconscio freudiano e collettivo. Il padre rimosso, la madre e la nutrice sono presenti nella sua poesia, non declinata in termini oscuri ma difesa come omaggio alla tradizione poetica dell’800. Più che a D’Annunzio e Pascoli, guarda a Foscolo e Leopardi”.

Saba è nella triade, con Ungaretti e Montale che sono più famosi di lui?

“Hanno un tratto comune nell’essere scrittori di periferia. Montale un po’ meno, ma anche la sua Genova è una città portuale, come lo è la Trieste di Saba che scrive le poesie quando la sua città è ancora dell’Impero Asburgico. La lingua dell’aristocrazia è il tedesco. Segue la lingua slava, e l’italiano è una sorta di lingua straniera, modulata secondo registri non troppo complicati. Saba fa ricorso ad una lingua della tradizione poetica, quella di Petrarca, ancora musicale”.

Dal punto di vista formale del linguaggio si può dire che Saba è il poeta della chiarezza?

“Sì. È vero. Gioca un po’ con le parole, ma non cambia mai il suo lessico e rifiuta l’oscurità ermetica, la radice surrealista, cattolica. Pensa alla poesia non come un insieme di frammenti ma come Canzoniere, dimensione sistematica. Il secondo Canzoniere è del 1945. Sente il bisogno di raccogliere tutta la sua opera poetica subito dopo le due guerre”.

La fortuna ha arriso a Ungaretti e Montale e poco a lui?

“Perché a scuola lo si è creduto un poeta facile. Forse c’è pure la provocazione sessista. Gli sono sopravvissuti tutti e due . E’ morto, con declino repentino, che dipendeva dalla morfina. Ungaretti è diventato un personaggio televisivo, Montale Premio Nobel e collaboratore del Corriere della Sera. Ma dal punto della qualità della poesia non è inferiore ai due”.

Non si è fatta ancora giustizia del suo valore…

“Ha avuto grandi lettori, tra cui Lavaggetto, Giudici, Magris. Ma non ha avuto quella eco attraverso il mondo scolastico”.

Anche Poesia Festival dà un apporto fondamentale alla sua conoscenza…

“Cerchiamo di scoprire delle gemme de ‘900, come Sbarbaro, Rebora. E’ un’operazione pedagogica del festival che dà stimoli anche al mondo della scuola”. —
 

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