A Castelfranco in scena tre poeti veri innovatori del linguaggio
Gli autori Carrai, Testa e Pontiggia parlano dei loro libri insieme ai critici
CASTELFRANCO. Tre poeti professori per l’ultimo appuntamento di Poesia Festival a Castelfranco nella Biblioteca “Garofalo”: Stefano Carrai, già docente all’Università di Siena e ora alla Normale di Pisa, Enrico Testa, insegnante all’Università di Genova, Giancarlo Pontiggia, già professore nei licei.
A parlare della poesia di Carrai e soprattutto della sua ultima raccolta “Il Grande deserto del Gobi” è Guido Mattia Gallerani che evidenzia la componente lirica con richiami all’esperienza privata e la riscoperta del passato messa in valore da alcuni episodi familiari, in particolare dall’esperienza del padre. Gobi è un deserto che ha una valenza allegorica, come terra arida da attraversare per sopravvivere, ma è da intendere anche in senso leopardiano, come luogo dell’abbandono che richiama la solitudine. Sostiene anche l’idea di scavo, per i legame forte che i poeti hanno con la tradizione, come Carrai che ama Saba, Sereni e Zanzotto. «Perché come nelle antiche sabbie del deserto – dice Gallerani - possono emergere quei templi di civiltà scomparsa, anche la poesia cerca di ritrovare i grandi monumenti del passato che hanno una funzione consolatoria, ci dicono che siamo stati grandi nel passato anche se forse oggi non lo siamo più».
Caproni, Montale, Sanguineti hanno invece contato sulla poesia di Enrico Testa, anche critico, che «ha individuato – afferma Roberto Galaverni - certe peculiarità formali della lingua ma anche tematiche della poesia italiana degli ultimi decenni del 900. E’ una possibilità di retaggio della poesia, ma diventa anche un fardello perché alla fine degli anni 70 è difficile uscire dall’influenza di questi grandi della letteratura e trovare la propria voce, la propria libertà espressiva e la propria fisionomia». Dalla sua ultima raccolta “Caim” (Einaudi) alla prima sono trascorsi 30 anni. E la recente pubblicazione è piena di scoperte per la gravità della visione delle cose, ma anche per l’attenzione che porta all’esistenza. Le poesie più belle sono quelle del dialogo con i morti, ma il poeta è legato anche al presente, a quello di vitale che realmente accade. Testa ritiene che occorre cogliere le possibilità delle lingue, tenendo conto del principio fondamentale della poesia che è l’energia che la anima.
Ha fatto incetta di premi importanti Giancarlo Pontiggia con il suo ultimo libro “Il moto delle cose” (Mondadori). «Un libro di grande compattezza – sostiene Alberto Bertoni - per la capacità di impiegare la parola nella sua dimensione icastica, nell’essenzialità e vibrazione quasi unica, profondamente iconica. Oltre al dialogo con il silenzio. Un meccanismo di pensiero vibratile, sensitivo e meditativo. E la lezione viene da Leopardi. Pontiggia è vicino alla tradizione con un attacco all’avanguardia e alla sperimentazione fine a se stessa. Il titolo del libro è adeguato alla forza del linguaggio, del testo poetico». E Pontiggia rivela che nella poesia c’è pensiero, tensione del dire, del fare, ritmo e ricchezza verbale. Dichiara la sua ammirazione per il “De rerum natura” di Lucrezio. Ma poesia è esprimere anche l’ordine interiore. «Nei libri precedenti cercavo l’armonia, nell’ultimo la disarmonia apre alla dimensione dell’enigma»
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