Gazzetta di Modena

Intervista a Gassmann di scena al Teatro Storchi di Modena

EMANUELE CARRAFA
Intervista a Gassmann di scena al Teatro Storchi di Modena

«I diritti dei lavoratori, i temi della legalità mi interessano da sempre: una storia perfetta»

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MODENA. Domani sera (giovedì 18 ottobre) al Teatro Storchi di Modena ci sarà la prima assoluta del nuovo spettacolo di Alessandro Gassmann, “Fronte del Porto”, una produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Catania, in scena fino a domenica 21.

«Sono contentissimo di debuttare a Modena e allo Storchi in particolare - dice Alessandro Gassmann - Ho passato mesi in quel teatro con Luca Ronconi per una delle mie prime esperienze teatrali importanti. Modena è una città che mi dà molte emozioni e il suo pubblico è tra i più preparati e più calorosi in Italia».

Gassmann, come mai ha sentito l’esigenza di raccontare questa storia?

«I diritti dei lavoratori, la voglia di legalità, di superare l’omertà rispetto all’influenza e l’insinuazione delle mafie organizzate all’interno del mondo del lavoro sono temi che mi interessano da sempre. Con Enrico Ianniello, traduttore e adattatore, abbiamo pensato che questa storia – traslata nella Napoli del ’78 – fosse perfetta».

Quanta influenza ha avuto il film omonimo in fase di realizzazione?

«Il nostro spettacolo è molto diverso. È corale, con un protagonista centrale - il bravissimo Daniele Russo - indipendente dal film. Ho sempre lavorato in totale libertà e indipendenza, senza documentarmi su eventuali altre versioni del testo che mettevo in scena. Dalla prima volta che leggo una sceneggiatura ho già una sorta di visione; l’obiettivo è poi arrivare a una messa in scena il più vicina possibile al mio ideale».

Per capire meglio la distanza tra il capolavoro cinematografico di Kazan del ’54 che consacrò Marlon Brando e questo spettacolo in salsa napoletana, abbiamo chiesto conto anche a Ianniello.

Come ha adattato la sceneggiatura originale?

«Mi sono occupato innanzitutto di trovare i punti di riferimento geografici - risponde Ianniello - in questo caso i quartieri poveri un tempo a ridosso del porto di Napoli. Poi ho studiato il funzionamento del porto stesso. È così che ho ricostruito le mazzette, i movimenti di merci, il tonnellaggio delle navi».

Quali sono le affinità che ha riscontrato tra la Napoli degli anni ’80 e la New York dei ’50?

«Nella versione originale una cooperativa di portuali rappresenta la faccia pulita di un clan: chi vuole lavorare come scaricatore sulla banchina del porto di New York deve per forza passare da lì e pagare una percentuale sul proprio guadagno. È evidente che le affinità con Napoli sono tante. Tra gli anni ’50 e gli ’80, poi, non ci sono grandi tasformazioni tecnologiche; lo stile di lavoro è quasi lo stesso. Il mio lavoro artistico è stato piuttosto quello di traslare la storia come in un sceneggiata napoletana. Così, ad esempio, Terry Malloy è diventato Francesco Gargiulo, omonimo del protagonista di un film di Mario Merola che lavora al porto».

Qual è il valore aggiunto di questa ambientazione partenopea?

«Toglie dei filtri più che aggiungere qualcosa. Un personaggio che entra in scena e afferma di aver puntato due dollari bevendo whisky non è percepito allo stesso modo di uno che dice di aver messo X sulla schedina bevendo una sambuca. Così la gente si siede e si immerge nella storia immediatamente, senza dover fare calcoli o ragionamenti particolari. Napoli aggiunge la sua unicità di grande porto affacciato sul Mediterraneo, un’enorme apertura mentale e il suo peculiare plusvalore artistico».

Com’è stato il lavoro linguistico sul testo?

«Da attore traduco cercando un’immediata recitabilità” continua Ianniello. “Ho rispettato l’idea che i nomi dei personaggi mantenessero un significato come nell’originale. Proprio come nei film di Merola, i personaggi parlano un misto di italiano e dialetto; in questo modo ciò che dicono è comprensibile, ma non perde il tocco tipicamente partenopeo».

Tornando a lei, Gassmann, come mai Napoli?

«Teatralmente Napoli mi ispira di più. È una città che ho scoperto tardi ma che ormai conosco molto bene, che mi accoglie con grande generosità, con la sua lingua affascinante, un grandissimo fermento teatrale e una qualità attoriale altissima, forse la più alta attualmente in Italia. Questo spettacolo è popolare, non si vergogna di essere un drammone a tratti involontariamente comico, di semplice fruizione ma di complessa esecuzione; anche per questo motivo Napoli mi è sembrata la città ideale in cui ambientarlo».

EMANUELE CARRAFA.
 

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