Gazzetta di Modena

“La Gioia”, a Modena una ricerca di Pippo Delbono

Maria Teresa Vannini
“La Gioia”, a Modena una ricerca di Pippo Delbono

Al teatro Storchi di Modena va in scena sino all'11 novembre un viaggio poetico  alla ricerca del sentimento profondo

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Modena “La Gioia”, di e con Pippo Delbono, in scena dall'8 novembre  a domenica 11 novembre, al Teatro Storchi, è un viaggio poetico alla ricerca della possibilità di comprendere e raggiungere il sentimento più bello e misterioso. Delbono, assieme alla sua inseparabile compagnia, affronta una lotta che nasce dal dolore più profondo e che aspira a ritrovare il luogo dove, appunto, si cela la gioia.

Che cosa l’ha portata alla scelta del titolo?

«Mi sembrava bello, giusto, porre la gioia quasi come un’ipotesi, una possibilità, un’idea nel cammino della vita. Arrivare alla gioia, infatti, è un percorso duro, anche attraverso il buddismo l’ho capito, un cammino lungo e tortuoso. Si passa obbligatoriamente attraverso il dolore e questo spettacolo parla anche di quel dolore, nasce da quel dolore. Il percorso per la gioia vera attraversa anche le gioie futili per poi scendere in una direzione più profonda».

Nello spettacolo viene affrontato anche il tema della morte …

«La morte è la grande angoscia che ci portiamo dentro e che non riusciamo a risolvere. La paura della morte é soprattutto la paura di perdere tutto quello che abbiamo. Siamo molto attaccati alle cose e più cose hai più vi sei attaccato. La società dell’avere porta ad essere angosciati dal perdere ciò che si ha e ciò che si è».

La scenografia è quasi inesistente, perché ha fatto questa scelta?

«Mi piaceva ritornare ad un teatro semplice e mi sembra che sia attraverso questa semplicità che si può ancora trovare un’essenza. Mi vengono in mente spettacoli come “Barboni”, molto importanti nel mio cammino, e mi sembra che “La Gioia” faccia ritorno a quelle storie. Il palco però non è vuoto, viene riempito di cose, fogli, persone. Lo spazio si trasforma con semplicità e lucidità».

Pensa sia importante riuscire a dare un nome alle emozioni?

«Io non lo so più, a questo punto. Sicuramente le emozioni sono importanti ma allo stesso tempo non si può diventarne schiavi: hanno il potere di farci molto male. Sicuramente il teatro permette di provare ad essere padroni delle emozioni perché, ad esempio, non sei veramente arrabbiato, prendi la distanza tra te e la rabbia. I miei spettacoli danno molto spazio alla parte emotiva e proprio per questo cerco un’emozione guidata, non vengo posseduto. Ho sempre cercato di fare delle emozioni un modo per sublimarmi, terapeutico per me e per il pubblico, che aiuti a liberarsi».

Lei parla di questo spettacolo come di una lotta …

«Sì, “La Gioia” ha una forte componente di lotta, possiede una parte scura e una luminosa. Qualcuno ha detto che “è uno spettacolo tristissimo e bellissimo”, probabilmente è triste com’è triste il tempo che stiamo attraversando. Un mondo d’inferno in cui stiamo perdendo il senso del vivere. Il mio è uno sguardo che deriva da una situazione personale ma che è anche rivolto a quel fuori che sta diventando la nostra gabbia. Ma alla fine comunque ci sono i fiori, le composizioni di Thierry Boutemy, fiori che ci parlano di speranza, di un altro modo di vedere la vita».

Pensa dunque che l’uscita da questa lotta sia possibile?

«Sì, sicuramente. Io credo che l’attenzione verso l’esterno possa essere la chiave. È difficile, soprattutto quando si è nel dolore, prestare attenzione all’altro, ci si chiude in se stessi. Contrastare questa tendenza ed aprirsi è il cammino da compiere. Ma se tocchi le zone più buie e riesci ad uscirne allora raggiungerai anche quelle più alte». —


 

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