Modena, “La gioia” di Pippo Delbono Una suggestione teatrale che pecca un po’ di deja-vu
Il teatro di Pippo Delbono è stato probabilmente la scommessa produttiva di Emilia Romagna Teatro maggiormente riuscita, quella che ha riscosso, pur suscitando le più diverse reazioni, i...
MODENA. Il teatro di Pippo Delbono è stato probabilmente la scommessa produttiva di Emilia Romagna Teatro maggiormente riuscita, quella che ha riscosso, pur suscitando le più diverse reazioni, i maggiori consensi a livello sia di pubblico che di critica praticamente nel mondo intero.
Delbono è davvero artista sui generis, incontenibile in uno spazio chiuso, entro schemi preconfigurati; la sua forza comunicativa è decisamente fuori del comune, però è altrettanto vero che da parecchi anni a questa parte si sta un po’ attorcigliando su sé stesso, quasi pago dei risultati conseguiti.
Anche “La gioia”, la sua ultima creazione, andata in scena lo scorso anno e giunta, nella settimana che si è appena conclusa, al teatro Storchi rimane pressoché una costola di un grande scheletro su cui è architettato il suo messaggio teatrale.
Dietro il termine che è divenuto titolo della rappresentazione in verità si cela una specie di utopia, di sogno irraggiungibile per l’impossibilità uno, di definirne compiutamente l’essenza, e due evidentemente di raggiungerla.
Di conseguenza, lo spettacolo si sostanzia nell’urlo provocato dalla disperazione che ne proviene, un urlo che, rispetto a una volta, Delbono forse trattiene entro limiti più razionali, meno incontrollati, accompagnato dalla frequentazione di un altro concetto, quello di follia, che l’artista mantiene come una sorta di piattaforma sulla quale sviluppare l’intero suo progetto artistico.
Non a caso, i suoi compagni di viaggio, prima ancora che co-interpreti dei suoi spettacoli, sono figure sottratte ad un universo che la società civile solitamente confina tra gli alienati, ad iniziare dall’ormai mitico Bobò, anche in questo contesto polo d’attrazione alla stregua di una star.
Lo spettacolo nel suo complesso si propone dunque come la rappresentazione di uno stato d’animo in continuo divenire, perché la vita stessa muta al susseguirsi di ciascun istante, e riesce ad essere coinvolgente per la capacità di Delbono di organizzare una miriade di suggestioni in un unico evento.
Il problema, tuttavia, a parer nostro è che il tutto sa un po’ di deja-vu, per certi aspetti sembra un quadro staccato dal grande impianto di “Urlo”, una delle più riuscite creazioni di Delbono, vecchia però almeno di una quindicina di anni, con l’aggiunta di particolari nemmeno così originali, come la moltiplicazione sulla scena di montagnette di stracci che tanto fanno citazione della “Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto.
Immaginiamo che per chi non avesse mai visto prima opere di Delbono questa “Gioia” possa rappresentare una scoperta anche sorprendente, indiscutibilmente ben realizzata. Ma Pippo Delbono era tutt’altra cosa quando, in passato, era forse meno tecnicamente preciso, non altrettanto inappuntabile nell’allestimento, ma anche tanto, tanto meno prevedibile nello sviluppo del proprio percorso teatrale. —
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