Balasso al Mac Mazzieri di Pavullo: «Il mio Arlecchino va oltre la battuta e le risate, racconta vita e sentimenti»
Si apre con un classico del teatro la nuova stagione del teatro sempre affidato ad Ater. In scena stasera alle 21 “Arlecchino servitore di due padroni”
PAVULLO. Si apre con un classico del teatro la nuova stagione del teatro Mac Mazzieri di Pavullo, sempre affidata ad Ater. In scena stasera alle 21 “Arlecchino servitore di due padroni”, capolavoro di Carlo Goldoni che indossa un rinnovato abito quasi contemporaneo grazie alla rilettura di Valerio Binasco, direttore artistico del Teatro Stabile di Torino che ne cura regia e adattamento. Una produzione Teatro Stabile e Teatro Nazionale (con il sostegno della Fondazione Crt) affidata sul palco a un gran cast di attori guidato da Natalino Balasso (Arlecchino) e Michele Di Mauro (Pantalone), per dare vita a questa storia immortale che celebra l'intraprendenza femminile e l'amore romantico nell'eterna cornice della commedia.
Balasso, cos'ha di speciale questo “Arlecchino”?
«La drammaturgia, la storia che nella versione classica di Strehler (1947) rimaneva un po' sullo sfondo a favore dei numeri di scena. Qui non vediamo solo un Arlecchino mattatore, ma un grande spettacolo corale che inizia con un omicidio, nel dramma appunto, e poi si sviluppa inseguendo la coppia di amanti fuggitivi che assumono Arlecchino perché li aiuti, mentre il suo scopo sarà tenerli separati per garantirsi due “lavori” diversi. Un testo datato 1745, ma già pienamente moderno, anzi contemporaneo nei suoi temi chiave».
Quali?
«La rappresentazione emblematica dei rapporti di potere padroni/servi, maschi/femmine, genitori/figli, tra dominanze e sottomissioni, ma anche ribellioni. Poi la riflessione sull'amore che tra i padroni va incontro ad equivoci che innescano innumerevoli complicazioni, mentre tra i semplici riesce a mantenere la strada della trasparenza e della sincerità, vedi il rapporto tra Arlecchino e Smeraldina. Aspetti che in questa rilettura vengono raccontati come non mai: c'è chi dice che è la prima volta che viene fuori davvero la trama».
Una proposta che piace?
«Direi proprio di sì: abbiamo debuttato a Torino a inizio ottobre e poi abbiamo girato il Piemonte prima e l'Emilia Romagna adesso con ottimi riscontri: sempre più teatri credono in questa lettura che funziona, grazie a un lavoro fatto con molta scrupolosità. C'è divertimento certo, ma anche commozione che nell'Arlecchino classico non troviamo. Binasco è partito da questo assunto: facciamo finta che sia tutto vero, in modo da permettere di percepire il sentimento al di là della battuta. Si è allontanato dalla commedia dell'arte, dove si ride e basta senza approfondimento psicologico: qui si entra nelle personalità e si dipana una storia».
Da dove l'ispirazione?
«Dalla prima commedia all'italiana, tanto che i nostri costumi riflettono quelli degli anni Cinquanta. La scenografia ha rimasugli di teatro settecentesco che si spostano per creare tendine ed effetti incrociati come se fosse un film».
Qual è il messaggio?
«La vera arte non lascia un solo messaggio, cadrebbe nella banalità. Ciascuno in un'opera come questa può vederci qualcosa della sua vita, del punto della vita in cui è arrivato, che è diverso per tutti».
Le piacciono i teatri di provincia?
«Non credo che esistano più i teatri di provincia, esistono solo programmazioni. Che anche in provincia possono essere di altissimo livello, senza nulla da invidiare alla città». —
DANIELE MONTANARI.
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