“Le parole necessarie” La lezione di Pontiggia
Ci sono libri capaci di rivelarci segreti che, a ben guardare, già camminavano con noi. Per questo libro, per questo segreto rivelato, dobbiamo dire grazie a Daniela Marcheschi, che in città conosciamo, anche perché, fra le altre cose, al Festivalfilosofia di settembre ha tenuto una lezione dal titolo “Pinocchio. La maschera della verità”. Agli studiosi - che in questo caso sono anche docenti, critici, conferenzieri - dobbiamo proprio voler bene, perché sono lo specchio in cui vale la pena guardarsi per riconoscersi davvero. “Le parole necessarie. Tecniche della scrittura e utopia della lettura”, di Giuseppe Pontiggia, dato alle stampe per Marietti editore, a cura di Daniela Marcheschi, presenta due lezioni inedite e una conferenza di uno dei maggiori scrittori italiani del ‘900, quel “Peppo Pontiggia” che ha dedicato la vita allo studio e all’insegnamento, oltreché alla scrittura, di una lingua capace di andare oltre la parola scritta, di giocare con quella parlata, di trasfigurarsi, come una metafora ontologica, in un preciso segno distintivo. “Apparentemente - scriveva Pontiggia - la nostra è una società di comunicazione orale in cui c’è larga diffusione della televisione, della radio, del cinema. Ma in realtà non sappiamo molto parlare, e non sappiamo molto scrivere”. Che direbbe ora della nostra epoca smart, delle, il più delle volte incomprensibili, consuetudini di comunicazione? Daniela Marcheschi, docente di Letteratura e Antropologia delle Arti e presidente dell’Edizione Nazionale delle opere di Carlo Lorenzini-Colllodi, ha condotto una ricerca rigorosa per restituire a esperti e di studiosi, ma anche a un pubblico di lettori, fondamenti e segreti di quella che lo stesso Pontiggia chiamava “La fabbrica del testo”, un edifico “in corso di costruzione e per la costruzione di qualcos’altro”. Una parola, quella “necessaria”, che si fa voce, che incarna un corpo, che si esprime con mimica facciale e che comunica l’intenzione semantica anche con un gesto. Se vi va di andare a caccia delle “parole-corpo”, delle “parole materia”, ricorrete alla lettura di questo testo; del resto, leggere, per Pontiggia, “era come respirare, vivere”. E se vi piace farvi sedurre dall’ironia, questo scrittore, vincitore del Premio Strega nell’89 con “La grande sera”, vi conquisterà: “Se posso fare un esempio personale - diceva - io ho passato un periodo di anni in banca, da cui ho tratto l’esperienza che poi è confluita in un romanzo che si intitola “La morte in banca”. Il titolo direi non va preso alla lettera, perché, come vedete, sono sopravvissuto a quella esperienza”. “Il libro - ha detto - non è, come la carne, una tentazione universale. È una vocazione individuale”. Fatela vostra. —
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