L’universo di Antonio Delfini in un romanzo-verità di Vaccari
Con l’espediente letterario della narrazione in prima persona l’autore fa parlare direttamente lo scrittore del suo paradossale e indefinibile mondo biografico
. È al tempo stesso romanzo, biografia, saggio letterario, l’ultimo libro di Roberto Vaccari “Io Antonio Delfini. Memorie postume di un personaggio da romanzo” edito da Elis Colombini che l’autore presenterà, dialogando con il critico letterario Alberto Bertoni, domenica 9 dicembre alle 11.20, in Municipio, nella Sala dei Passi Perduti, all’interno della rassegna editoriale Libriamodena prevista l’8 e il 9 dicembre sotto i portici in piazza Grande.
Un romanzo verità, avvincente e sincero, ennesima prova dell’innegabile talento narrativo di Vaccari, per definizione sfuggente e complesso come sfuggente è il protagonista dell’opera, quell’Antonio Delfini, letterato poeta e narratore nato a Cavezzo nel 1908, cui è stata meritoriamente dedicata la biblioteca civica più di 20 anni fa, che narra se stesso e la propria inimitabile quanto singolare esistenza, in perenne bilico tra follia, aspirazioni letterarie compiute o solo immaginate.
E con un abile artificio letterario l’autore fa parlare Delfini in prima persona per raccontare tutto il precario, indefinibile e paradossale universo biografico delfiniano dove vale la definizione che Delfini dava di se stesso con chi lo conosceva bene: “Anarchico anafilattico, idiosincratico socialdemocratico, monarchico repubblicano”.
Si parla nel libro della precaria formazione da autodidatta che la madre impose al figlio Antonio impedendogli di frequentare la scuola pubblica. Si parla nel romanzo di Vaccari del perenne vagare di Delfini, personaggio inquieto, fantasma senza fissa dimora tra Modena, Viareggio, Firenze, Roma e poi nuovamente Modena dove il poeta morirà nel 1963 in una fredda notte ormai disilluso e deluso da tutti.
Fondamentalmente Delfini nei suoi scritti parla sempre di se stesso e di Modena: una città che è stata genitrice e amante, anche se amata- odiata, immaginata, sognata ed eternamente vagheggiata in un complesso rapporto difficile da definire. E c’è sempre Modena al centro dei pensieri e delle riflessioni che Delfini fa e che mette per iscritto. La città è sempre, in controluce, il nucleo fondante della ispirazione delfiniana, quella malinconica M***, sigla sotto cui Delfini la celava, che pare non essersi accorta del suo inimitabile cantore e poeta, sempre al centro del suo universo, vista con l’occhio di un uomo e di un intellettuale anomalo che ha sofferto e dilapidato tutto: l’ingente patrimonio di famiglia, la propria vita, la salute, intelligenza, amicizie e affetti in un turbinio incessante di fughe, ritorni, riconciliazioni con la terra avita, la madre, la sorella, gli amici. —
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