Gazzetta di Modena

“Compianto”, ricordi del capolavoro perduto di Modena

Michele Fuoco
“Compianto”, ricordi del capolavoro perduto di Modena

Rimasto senza colori dopo uno sciagurato restauro. Anche Vittorio Sgarbi all’incontro sullo scultore del Quattrocento

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MODENA. Una serata tutta dedicata all’arte, venerdì alle 21, al Forum Monzani Bper, per ricordare Guido Mazzoni (Modena 1450 circa – 1518) nel quinto centenario della morte. Ad organizzarla è l’associazione no profit Rel Arte (Religione ed Arte) che ha chiamato Vittorio Sgarbi a parlare del grande scultore modenese, autore di opere eccelse di arte sacra in terracotta policroma, con gruppi di figure a grandezza naturale, come quelle del “Compianto sul Cristo morto” custodito nella chiesa di San Giovanni Battista, in piazza Matteotti.. Otto le figure di questo gruppo modenese, che hanno perduto la policromia, dopo uno sciagurato restauro verso la metà degli anni Novanta. A ricordarlo nella bellezza dei colori del passato c’è, per fortuna, un filmato che Gianni Volpi ha realizzato nel 1980. Il fotografo modenese proietterà le immagini, con l’accompagnamento di brani scelti dal Requiem di Giuseppe Verdi.

Nel corso della serata sarà consegnato al maestro Leone Magiera, pianista, direttore d’orchestra e scopritore di talenti, il premio alla carriera per i 70 anni di attività, come ambasciatore della bella musica e del bel canto nel mondo, con l’augurio che possa continuare a lungo il suo straordinario lavoro.

Si parlerà anche della richiesta che viene da Parigi, di voler esporre il “Compianto” modenese nella mostra, nel 2020, al Louvre dedicata all’arte del periodo in cui visse e operò Leonardo da Vinci. C’è da chiedersi se gli organizzatori parigini siano al corrente dello stato in cui versa il Compianto, anche se, prima della mostra “Emozioni in terracotta”, con le sculture di Mazzoni e Begarelli, al Foro Boario nel 2005, è stato sottoposto ad un intervento “riparatore” dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Resta sempre lo scempio di cui si sono resi responsabili il restauratore bolognese Ottorino Nonfarmale, sostenuto da Jadranka Bentini e Andrea Emiliani, rispettivamente soprintendenti di Modena e di Bologna. Un’operazione di “scuoiamento” che ha fatto “tabula rasa” di tutti i restauri che le statue in terracotta hanno subito nel tempo, ultimo dei quali, nel 1853, di Righi e Tassi, sotto la direzione di Adeodato Malatesta.

Di fronte al lavoro di annientamento della policromia di Nonfarmale, la storica dell’arte modenese Adalgisa Lugli, esperta del Mazzoni e della terracotta nel Quattrocento, non esitava a dare le dimissioni dalla commissione di esperti di cui faceva parte. E dimissioni anche di Massimo Ferretti, docente alla Facoltà di Lettere all’Università di Bologna che nella rivista “Dialoghi di Storia dell’Arte” parlava di “un’inutile ferita alla nostra memoria. Senza colori, svanisce il lavoro compiuto sull’impasto docile della terra. Se non intervengono i colori la pelliccia non si distingue dal tessuto… E gli occhi di tutte queste figure, l’unica cosa che il Mazzoni delegava interamente alla fase pittorica, sono oggi vuoti, tutti ugualmente spenti: occhi da “zombies””.

Tanta indignazione, sin da quando, il 12 ottobre 1996, il gruppo scultoreo veniva esposto nella grande sala della Galleria Estense. C’è persino qualcuno che non ha esitato a dire che un tale restauro sia “roba da galera”. Lo sconcerto è determinato anche dal fatto che nella cripta del Duomo, a 200 metri dalla chiesa di San Giovanni sede del Compianto, c’è “La Madonna della pappa”, un altro gruppo mazzoniano di cui, nel sapiente restauro, a regola d’arte, di qualche anno prima, Pietro Tranchina, aveva rispettato il colore, come nella concezione dell’opera del formidabile plasticatore modenese.

Dal 1996, i libri d’arte, le guide (dove è più facile trovare le immagini de “La Madonna della pappa”, e della “Testa d’uomo con cappello” alla Galleria Estense”) sembrano ignorare l’opera o parlano ancora di “capolavoro in terracotta policroma”, forse perché gli autori delle pubblicazioni si rifiutano di credere che si sia potuto attuare un simile scempio. —

Michele Fuoco
 

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