Paola Lavini alla Sala Truffaut di Modena presenta il suo “Terra bruciata”
L’attrice interprete del film di Gianfrancesco «Una storia di vita vera per non dimenticare»
MODENA. Prosegue in sala Truffaut (via degli Adelardi 4), a cura del Circuito Cinema, la rassegna “Riusciranno i nostri eroi - I nuovi autori del cinema italiano incontrano il pubblico”. Domani, alle 21, verrà presentato in prima visione il film “Terra bruciata” di Luca Gianfrancesco. Al termine della proiezione incontro col regista e con l'interprete, la maranellese Paola Lavini. La mattina del primo novembre 1943, a Conca della Campania, un minuscolo borgo della provincia di Caserta, 19 civili vengono trucidati da una pattuglia di militari tedeschi. Graziella Di Gasparro, figlia di uno dei caduti, lotta da anni per tener viva la memoria di quell'eccidio..
Paola, “Terra bruciata” è un film pluripremiato, uscito in occasione della Festa della Liberazione 2018. Perché questa data?
«Perché il film parla della seconda guerra mondiale, in particolare dei partigiani dell'alto-casertano, che hanno combattuto per liberare l'Italia dalla ferocia nazista. Storie di vita vera, e noi attori diamo voce a persone realmente esistite di cui, ovviamente, oggi parlano i nipoti o i pronipoti».
Il film è nato dall'esigenza di raccontare una storia inedita sfuggita alla grande storia?
«Si, il regista, Luca Gianfrancesco è nato in quelle terre di cui parla il film ed ha ascoltato per anni varie testimonianze, anche dei suoi stessi parenti, soprattutto di Graziella Gasparri, presente nel film, che per molto tempo si è battuta affinché “questo buco nero” della storia venisse alla luce».
Parlaci del tuo ruolo.
«Io rappresento una donna molto forte, soprattutto psicologicamente, che riesce, attraverso le sue armi di “donna”, a nascondere il marito, a proteggere le figlie piccole, convincendo i tedeschi, entrati in casa, ad andarsene senza controllare e a crederle sulla parola».
Nella tua carriera hai lavorato con grandi registi: Avati, Bellocchio, Giordana. Cosa ti hanno dato?
«Parliamo di mostri sacri. Ognuno di loro mi ha lasciato la bellezza di questo mestiere, l'essenza di fare un film che non corrisponde all'apparenza ma alla necessità di raccontare storie, con tanto sacrificio, lavoro, dedizione. Quello che io cerco».
Da Cannes a Venezia: hai avuto il privilegio di camminare sul red carpet veneziano con il cast di “Piccole Italiane” di Letizia Lamartire. Cosa hai provato davanti a tanti fotografi?
«Quando si calcano red carpet così importanti si prova una sensazione unica. Si unisce la gioia di avere fatto un bel lavoro e di essere fotografata per quello oltre, ovviamente, ad un po’ di narcisismo di attrice e donna che non guasta».
Altra tua passione è il canto. È vero che sei responsabile dell'atelier di canto presso il Festival Internazionale di Casablanca, in Marocco?
«Sì, in Marocco mi sento a casa, ci ho lavorato per molto tempo sia come attrice che come cantante. Parlo anche un po' in arabo. Mi piace lavorare all'estero. È un bello scambio di culture e quindi una crescita».
In passato hai mosso qualche critica a Modena, affermando che ci sono poche opportunità di lavoro. Sei sempre della stessa opinione?
«Ovviamente parliamo di cinema e fiction. Modena ci sta provando. L'Emilia-Romagna e la sua film commission sta finanziando oggi più progetti cinematografici. C'è ancora tanto lavoro da fare. A volte nella nostra regione, ricca di tanti altri “prodotti redditizi”, forse non si capisce che investire sul cinema/fiction potrebbe essere bello. Ma le cose stanno cambiando. Ho appena finito di girare a Reggio Emilia la storia di Antonio Ligabue con la regia di un altro grande regista bolognese Giorgio Diritti». —
Nicola Calicchio
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