Gazzetta di Modena

Modena, con Ale e Franz una “rilettura” delle hit firmate Gaber e Iannacci

Emanuele Carrafa
Modena, con Ale e Franz una “rilettura” delle hit firmate Gaber e Iannacci

“Nel nostro piccolo” il titolo dello spettacolo che oggi e domani arriva sul palco modenese

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MODENA. Questa sera, 8 dicembre, e domani il Teatro Storchi ospita “Nel nostro piccolo”, il nuovo spettacolo di Ale e Franz che ha esordito al Piccolo di Milano e ha già fatto tappa in numerose sale italiane. Il noto duo comico milanese, nato dal programma televisivo Zelig, porta in scena un felice connubio di comicità, musica, racconti e ricordi con al centro il repertorio di due giganti del cantautorato nostrano: Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci.

Come mai l'attenzione su questi due artisti?

«Con Gaber e Iannacci condividiamo le atmosfere di una città, Milano, dove siamo cresciuti respirando la stessa aria» afferma Francesco Villa - in arte Franz. «Inoltre, i temi che hanno toccato nel corso della loro carriera, il loro modo di guardare alla realtà circostante ci hanno sempre ispirato. Siamo cresciuti ascoltando la loro musica e abbiamo voluto finalmente condividere un pezzo importante del nostro percorso con loro, lo spettacolo della nostra maturità».

In cosa si differenzia lo spettacolo dai precedenti?

«Per la prima volta il punto di partenza è la musica, cosa che non era mai accaduta prima nei nostri spettacoli e lo spunto viene proprio dall'importante lavoro di questi due grandi cantautori milanesi. Tuttavia ci teniamo a sottolineare che non si tratta di un omaggio nei loro confronti, ma di una collaborazione, una sorta di spettacolo a otto mani (anche se loro non lo sanno). I testi sono tutti nostri e fungono da prologo o epilogo alle loro canzoni. Dentro c'è comunque tutta la nostra comicità, il nostro modo di ridere e far ridere. Abbiamo provato a inventare quello che c'è dietro le loro storie, quelle che loro ci hanno raccontato in musica concentrando tutto in pochi minuti, teatralizzandolo e ampliandolo. Con noi su».

C'è un filo rosso che lega queste storie l'una all'altra?

«Non direi. I nostri spettacoli sono tutti composti da quadri, mi sento di dire che questo stile è un po' il nostro marchio di fabbrica e questo spettacolo non è diverso dagli altri. Cerchiamo sempre di raccontare delle storie che mettano al centro delle persone. Anche per noi, come per Gaber e Jannacci, l'uomo è una fonte inesauribile di ispirazione. L'essere umano con le sue debolezze, le sue paure, le sue fragilità. Quello che mostriamo a teatro sul palcoscenico molto spesso è uno specchio tant'è che il pubblico ride insieme a noi dei propri limiti e della propria natura. Chi assiste ai nostri spettacoli ride davanti alle storie che raccontiamo proprio perché ci si immedesima».

Realizzando questo lavoro c'è una storia alla quale vi sentite più affezionati o che vi ha appassionato in particolare?

«La vicenda più importante è quella che chiude lo spettacolo, ma non posso dire molto perché non vorrei rovinare la sorpresa. Si tratta della storia costruita intorno a “El purtava i scarp del tennis”, famosa canzone di Jannacci che affronta in maniera poetica e intensa il tema dell'emarginazione; un pezzo capace di essere a tratti molto divertente, ma che racchiude una profonda umanità e drammaticità. Questa canzone mi ha sempre colpito fin da quando ero bambino e me la faceva ascoltare mio padre. Sono molto contento di poterla raccontare, chiaramente a modo nostro». —


 

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