Gazzetta di Modena

concertistica, la critica 

Reck e la Toscanini superano la “prova Mahler”

Massimo Carpegna

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. La “Sesta Sinfonia” di Mahler potrebbe testimoniare la capacità di alcuni d’accedere a volte e inspiegabilmente ad una dimensione ultraterrena, dove non esiste il tempo e lo spazio. Quest’ipotesi nasce dalle parole stesse del compositore e di quale fu il suo destino. Appena terminata la sinfonia, così Mahler dettò al suo biografo Richard Specht: «La mia Sesta proporrà enigmi, la soluzione dei quali potrà essere tentata solo da una generazione che abbia fatto proprie e assimilato le mie prime cinque Sinfonie». Ma quali erano questi enigmi o presunti tali? In parte furono svelati da Alma, moglie del compositore, che pose l’accento sul rapporto tra la “Sesta”, la famiglia e l’Autore stesso. «Ho tentato di fissare il tuo carattere in un tema - le disse - e non so se mi è riuscito. Ma devi lasciarmi fare». Quello di cui parla il compositore è il tema pieno di slancio del primo tempo; nello “Scherzo”, invece, descrive i giochi senza ritmo di bambine che corrono vacillando sulla sabbia. Queste voci, poi, si piegano alla tragicità e, alla fine, non resta che il lamento di una sola, prima di spegnersi. Nell’ultimo tempo, Mahler pare descrivere se stesso e la sua fine. «L’eroe che è colpito tre volte dal destino, il terzo colpo lo abbatte, come un albero» annotò la moglie. A confermare il “praesagium”, nell’estate del 1907 morì improvvisamente la figlia primogenita Maria, seguirono la diagnosi della grave disfunzione cardiaca che avrebbe portato Mahler alla morte e le sue dimissioni da direttore dell’Opera di Vienna. La moglie non ebbe alcun dubbio: quei tre colpi di martello, introdotti nel Finale della Sinfonia, anticipavano i tragici e futuri eventi del destino. Stefan Anton Reck, tra i più profondi interpreti della musica di Mahler e alla guida dell’orchestra “Arturo Toscanini”, non si è lasciato sfuggire l’occasione per evidenziare della “Sesta” ogni cellula tematica e i suoi misteri, rendendo palese lo sforzo dell’Autore per costringere un disegno drammatico fortemente personalizzato a realizzarsi nella scansione in quattro movimenti della Sinfonia tradizionale. Tutta l’opera, tranne lo “Scherzo”, si articola in tempo binario, in una sorta di enorme pendolo che fluttua, inesorabile e inarrestabile. Rappresenta la “lotta dell’uomo contro il destino”, come rilevò lo stesso Autore. L’intera composizione è disseminata di simboli precisi, messi in risalto dalla direzione di Reck, e questi simboli sono espressi con mezzi strettamente musicali quali ritmi, temi, armonie e timbri orchestrali. I principali sono il motto delle tre trombe dell’Allegro energico ma non troppo, accompagnato dalle sei note del timpano che scandiscono il ritmo del destino, e l’utilizzo di alcuni strumenti inusuali. Il loro significato simbolico è evidente: nacchere e xilofono figurano i ghigni beffardi del Male, le campane basse sono i rintocchi delle chiese di paese, la frusta rappresenta i colpi sferzanti del destino, prima che il martello abbatta l’eroe. L’Orchestra “Arturo Toscanini”, rinforzata per esprimere l’anima poliedrica, potente, e tragica della composizione, ha saputo proporre anche pianissimi sussurrati, come nel principio del terzo movimento. Notevole l’impegno tecnico ed espressivo degli strumentisti, che ha regalato un impatto sonoro gratificante nel suo insieme e negli assolo. Molto bene la sezione dei “legni” e degli “ottoni” con qualche incertezza nei violini. Per il direttore e l’orchestra regionale, applausi a scena aperta che, tuttavia, non hanno ottenuto un “bis”, nonostante la brevità del concerto. —



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