Modena, «In “Afghanistan” una riflessione sugli errori dell’Occidente»
Ferdinando Bruni regista con Elio De Capitani spiega il grande affresco teatrale alle Passioni
MODENA. “The Great Game: Afghanistan” è un ’affresco teatrale commissionato dal Tricycle Theatre di Londra a 13 fra i più interessanti autori angloamericani. A partire dall’originale inglese i registi Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani hanno selezionato 10 testi suddivisi in due spettacoli indipendenti e complementari, prodotti dal Teatro dell’Elfo ed Ert: “Afghanistan: Il grande gioco” - già presentato a Modena - e il nuovo lavoro “Afghanistan: Enduring freedom” in scena al Teatro delle Passioni fino al 16 dicembre. La seconda parte è proposta autonomamente o in un’unica maratona insieme alla prima, dopo l’8 dicembre, anche nella giornata del 15. Lo spettacolo è candidato al Premio Ubu 2018 e già vincitore del Premio dell’Associazione Critici di Teatro.
Come nasce questa trasposizione?
«Da anni siamo molto attenti alla drammaturgia contemporanea - afferma Ferdinando Bruni - come dimostrano i nostri lavori su “Angels in America” e “Frost/Nixon”. “Afghanistan” ci ha dato l’opportunità di fare un viaggio nella storia di questo paese tormentato che ha una valenza metaforica e reale rispetto ai rapporti tra Occidente e Oriente. I testi che abbiamo selezionato compongono un polittico diviso in due puntate: la prima inizia negli anni ‘40 dell’800, all’epoca del primo tentativo inglese (fallito) di trasformare una confederazione di tribù in una nazione in senso occidentale. Si arriva fino agli anni ‘90, al giorno in cui i talebani conquistano Kabul. La seconda parte, “Enduring Freedom”, racconta l’attualità fino al 2010 e dà anche voce alle vite individuali coinvolte, dalle ONG ai soldati e alle vittime di questo conflitto su tutti e due i fronti».
Da un punto di vista drammaturgico, com’è la messa in scena?
«Raccontando quasi duecento anni di storia, la struttura narrativa doveva essere molto agile. Lo spazio scenico è delimitato da una serie di pareti-schermo su cui i video di Francesco Frongia creano suggestioni e ambienti. Fra le varie pièce, nella prima parte dei video hanno il compito di inquadrare storicamente la vicenda; nella seconda danno voce alle vittime del conflitto fungendo quasi da coro».
In questa operazione storica, c’è un messaggio - diciamo così - didattico?
«Assolutamente sì. In questo lungo percorso si vede come gli errori che l’Occidente ha commesso siano sempre gli stessi. Errori che ha perpetrato nei confronti di tutte le popolazioni di quell’area, causati dall’ignoranza delle tradizioni, della storia e della geografia complessa di quei luoghi».
Avete condotto uno studio storiografico ad hoc?
«Lo studio approfondito l’hanno fatto gli autori inglesi. Noi abbiamo letto molto, specie sulla storia ottocentesca del paese che conosciamo poco nonostante sia molto appassionante. Tutto inizia alla fine del ‘700 con le prime esplorazioni dell’area condotte dai cartografi inglesi, francesi e russi, figure a metà strada tra esploratori e spie. Così nasce quello che in termini diplomatici fu detto “the great game”, il grande gioco di strategia geopolitica delle potenze europee sulla pelle degli afghani».
Perché un’operazione teatrale di questo tipo non è mai stata realizzata relativamente alla storia coloniale italiana?
«Questo è l’argomento con cui finisce quasi ogni nostra intervista. Sarebbe bello se gli autori italiani si occupassero di quelle vicende. Purtroppo le nostre avventure coloniali sono ancora minimizzate ed edulcorate dal concetto ipocrita e falso degli “italiani brava gente”. Inoltre la scrittura teatrale italiana tende più a occuparsi di questioni di ombelico…ma noi non escludiamo di occuparcene in futuro». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
