Gazzetta di Modena

Modena Così al Comunale “Il castello” di Marco Taralli incanta il pubblico

Massimo Carpegna
Modena  Così al Comunale “Il castello” di Marco Taralli incanta il pubblico

L’opera è tratta da “Il soldatino di stagno” Bene l’opera e gli interpreti, con qualche neo

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MODENA. La nuova opera del compositore Marco Taralli – “Il castello incantato” – andato in scena al Teatro Comunale prende spunto da una fiaba tra le più toccanti di Hans Christian Andersen: “Il soldatino di stagno”. . I due protagonisti – Piombino e Stella – rappresentano il riscatto degli “ultimi” in virtù delle loro doti morali e del sentimento che li lega. Infatti, al soldatino manca una gamba, perché è stato fuso con lo stagno avanzato, e Stella, la ballerina del carillon, è muta. Entrambi, ingannati dal perfido Jack in the Box, non esitano a gettarsi nel fuoco con il generoso proposito di salvarsi la vita a vicenda. Dei due non resterà che un cuore d’argento e la stella della ballerina, ma è la vigilia di Natale e ogni miracolo può avverarsi.

La polvere di Luna è in grado di compiere la magia, dice la Fata, ma la quantità è così modesta che può servire a salvare solo una vita. Tutti i giocattoli, pentiti e commossi, rinunciano al proprio desiderio e anche il cuore di Piombino, interrogato dalla Fata, accetta volentieri il proprio fato, se Stella potrà tornare a vivere. Allora, una grande luce illumina la stanza e i due innamorati risorgono.

Le matrioske e Jack, affranti per le loro cattive azioni, sono perdonati e tutti possono finalmente festeggiare.

Basandosi sulle pregevoli liriche elaborate da Fabio Ceresa, l’opera di Taralli si muove sostanzialmente in un ambito tonale nel quale la ricerca del colore e del creare un’immagine, al di là del contesto visivo, è parsa evidente. Evidente è anche sembrato il voler condividere con sincerità un’emozione intimamente sentita e il desiderio dell’autore di tornare bambino e ascoltare una fiaba edificante. Dal punto di vista stilistico, “Il castello incantato” si potrebbe definire sintesi di saperi antichi, miscelati e rivisitati dal compositore nell’elaborazione di una partitura piacevole ed equilibrata, anche se priva di un momento particolarmente ispirato ad elevare l’intero impianto.

Echi di Rossini, Mozart, Britten e altri appaiono senza indispettire e nella considerazione che, finita l’avanguardia, la ricerca del “nuovo” è oggi impegno affidato solo ai presuntuosi.

Veniamo ai protagonisti. Il giovane direttore Takayuki Yamasaki, alla guida dell’Ensemble da Camera del Teatro, è parso elegante e preciso nel gesto, con stacchi di tempo più corretti di quelli scelti nell’anteprima a Trieste. Nel cast vocale ha primeggiato Paolo Ciavarelli, nel ruolo del Folletto Fiordarancio, e anche Piombino, interpretato da Motoharu Takei: tenore dalla voce agile e sicura, nonostante il ballonzolare su una gamba da una parte all’altra del palcoscenico. Elena Sabas, Silvia Pasini ed Elena Serra hanno ben caratterizzato la vanità delle tre bambole, mentre Andrea Binetti, nei panni di Jack in the Box, è stato ottimo nella presenza scenica, però con qualche difficoltà nell’emissione vocale. Selma Pasternak, la Fata del Natale, non ha convinto del tutto, esibendo una voce potente e scura, ma dalla tecnica perfettibile.

A completare il cast, le scene e la regia curata di Francesco Esposito, i costumi di Elena Gaiani, le luci di Andrea Ricci e le coreografie di Morena Barcone ad istruire Cler Bosco nella parte di Stella, la ballerina del carillon. Ben preparato da Paolo Gattolin e Melitta Lintner il Coro di giocattoli, eseguito dalla Scuola voci bianche della Fondazione. “Far sorridere un bambino è la cosa più bella e nobile che ci sia” ha dichiarato Taralli. Obiettivo raggiunto, osservando all’uscita la moltitudine di frugoletti con l’espressione meravigliata di chi aveva assistito ad un vero incantesimo. —

Massimo Carpegna

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