Gazzetta di Modena

Il teatro incontra la salute mentale, al Mac Mazzieri di Pavullo un cult di Eduardo

Il teatro incontra la salute mentale, al Mac Mazzieri di Pavullo un cult di Eduardo

Zizzarri dirige “Natale in Casa Cupiello” in scena con la Compagnia Il Dirigibile

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PAVULLO. Spettacolo doppiamente importante, domani 10 gennaio, alle 21 al Mac Mazzieri, nell'ambito della stagione Ater. Intanto perché va in scena “Natale in Casa Cupiello”, la tragicomica commedia capolavoro scritta da Eduardo De Filippo nel 1931.

Poi perché gli interpreti sono speciali: si tratta infatti di ospiti e operatori del Centro diurno psichiatrico del Centro di Salute mentale di Forlì, impegnati nell'opera (debutto il 4 dicembre a Cesenatico) diretta e riadattata da Michele Zizzari per la Compagnia “Il Dirigibile” da lui fondata nel 2000, che ha all'attivo una ventina di titoli originali e importanti collaborazioni.

Lo spettacolo (ingresso a 5 euro) si inserisce nell'ambito del protocollo “Teatro e salute mentale” sottoscritto dagli assessorati regionali (Cultura, Politiche giovanili, per la legalità e la salute). Sul palco, l'eterno spaccato di una famiglia napoletana che si dibatte tra povertà, immaturità culturale e psicologica, mediocrità e incomunicabilità, in una cornice di umorismo tragico dove il “mondo perfetto” del presepe ossessivamente costruito da Luca Cupiello va in frantumi..

Zizzari, com'è lavorare con gli ospiti di un centro diurno?

«Fare teatro è sempre un'esperienza splendida: lavorare con attori “veri” o ospiti di un centro diurno non cambia nulla dal punto di vista registico, perché anche se non si tratta di professionisti l'obiettivo è sempre quello di raggiungere un livello molto alto. Dal lato umano, è impagabile vedere persone segnate da una sofferenza interiore ritrovare tramite il teatro voglia di vita e felicità: è il risultato massimo dell'arte».

Teatro come terapia?

«È dai tempi di Aristotele che al teatro si riconosce un potere di cura dell'anima, perché mette in gioco tutta la persona. Il teatro è lo strumento fondativo della comunità ai primordi e quando svolge la sua antica missione di includere, di ragionare sulle dinamiche che attraversano la società, raggiunge il suo scopo più alto. Abbiamo restituito alla vita di tutti i giorni tante persone, con tanta emozione. Io ci ho sempre creduto in questo “effetto spumante” del teatro, capace di liberare di colpo sane energie vitali. Fin dagli anni '70, quando lo proponevo in carcere ai detenuti e prima ai ragazzi di strada a Napoli».

L'opera adesso: perché il Cupiello?

«Intanto perché sono napoletano, e questo è un testo cult. Poi perché col gruppo ci piaceva misurarci con un'ambientazione “natalizia”. Per modo di dire poi...».

Perché?

«Al centro c'è lo spaccato di quotidianità, attuale ieri come oggi, di una famiglia segnata da incomunicabilità, rapporti forzati, una figlia costretta a un matrimonio di convenienza economica con un uomo che non ama... Il Natale serve solo come fattore scatenante per mettere in luce dinamiche nascoste: a Natale si vorrebbero attorno al tavolo famiglie perfette anche se non lo sono, e nell'opera questa tensione fra l'idillio ossessivamente cercato e i contrasti latenti fa scoppiare il dramma».

Quindi l'opera “vale” anche a Natale passato?

«Certo, è lo stesso meccanismo del classico “andiamo a cena fuori” quando magari di giorno si è litigato e non si vogliono affrontare i problemi ma far finta che non esistano. E consolarsi in una rappresentazione fallace di armonia al tavolo del ristorante». —
 

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