“La tragedia” di Middleton una metafora politica incalzante e convincente
. Thomas Middleton, drammaturgo post-elisabettiano, celeberrimo ai suoi tempi ma oggi caduto abbastanza nel dimenticatoio, almeno dalle nostre parti, è l’autore di “La tragedia del vendicatore”, lo spettacolo coprodotto da Ert e Piccolo di Milano in scena allo Storchi da giovedì scorso a domani: spettacolo importante, nella stagione, poiché rappresenta la prima regia italiana di Declan Donnellan, regista di fama mondiale per gli allestimenti su opere di età shakespeariana, ma anche perché conferma che per fare del buon teatro contemporaneo si può benissimo attingere ad un repertorio storico se la messa in scena non si limita alla pedissequa riproposizione di un testo in costume. Secondo Donnellan, questa “Tragedia del vendicatore” ha chiare similitudini con il tempo attuale e la sua politica corrotta, dato che, scrive, “la natura umana ci fa sempre comportare nello stesso modo”. Descrive, in effetti, una società senza scrupoli e narcisista ossessionata dal sesso, dall’affermazione sociale e della ricchezza.
Ambientata in Italia, quando la nostra penisola era in Inghilterra metafora di luogo oscuro ed opprimente, la patria degli artifici machiavellici, la vicenda nasce come il tentativo di vendicare la violenza subita da una donna poco prima del matrimonio. Sarà Vindice, infatti, il suo promesso sposo, colui che finirà per uccidere il Duca che ha stuprato e poi avvelenato la donna, ma dopo aver architettato un piano che poco alla volta e come conseguenza di una serie di equivoci finirà per sterminare l’intera famiglia ducale, che poi corrisponde alla classe politica dominante. I personaggi hanno nomi che ne presentano le peculiarità caratteriali: Lussurioso è l’erede della corona che intende sedurre Castizia, immacolata sorella di Vindice; Graziana, che è la madre di questi ultimi, riuscirà a vincere la tentazione di cedere alla seduzione di una crescita sociale macchiata di amoralità; Supervacuo, Ambizioso, Junior, sono gli altri figli del Duca, assieme al “bastardo” Spurio, e così via.
In sé la storia si dipana come in un fotoromanzo impregnato di sadico orrore e Donnellan calca molto sulla successione dei diversi quadri proposti come immagini ritagliate, o fotogrammi, dando alla rappresentazione una cadenza sincopata e incalzante che finisce per travolgere, quasi, lo spettatore. Questo grazie anche all’ottima interpretazione di una compagnia di primissimo ordine che comprende, fra gli altri, Pia Lanciotti, Massimiliano Speziani, Ivan Alovisio, Fausto Cabra, Raffele Esposito, Marta Malvestiti, pressoché perfetti nel restituire immagini in parte caricaturate di personaggi ai confini tra la farsa e la tragedia.
Come rimarcato da un'enorme scritta sulla scena lignea e rossastra alle spalle dei protagonisti, è la vendetta il motore di tutto quello che accade in questa storia restituita da Donnellan come un perfetto meccanismo ad orologeria colorato di toni splatter e grotteschi, mentre dipinti di Tiziano, Mantegna, Piero della Francesca fanno da sfondo probabilmente superfluo ai fini della valorizzazione dello spettacolo, ma è l'unica vera concessione ad una seduzione formale dello spettatore. —
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