Gazzetta di Modena

Pavullo, l'eterno errante contro i nuovi muri. L’ironia amara di Moni Ovadia

Daniele Montanari
Pavullo, l'eterno errante contro i nuovi muri. L’ironia amara di Moni Ovadia

Al Mazzieri in scena “Dio ride-Nish Hoshe”. Racconto dei fatti passati per capire il presente 

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PAVULLO. Grande appuntamento d'arte e riflessione collettiva domani sera al teatro Mac Mazzieri di Pavullo, dove nell'ambito della stagione Ater dalle 21 va in scena Moni Ovadia con il suo nuovo spettacolo (produzione Ctb-Corvino) “Dio ride - Nish Koshe”. Cioè “Dio ride - Così così”, perché è questa la traduzione di “Nish Koshe” dalla lingua yiddish.

Una risata amara, ma anche profonda sull'emigrare costante del popolo ebraico. Sul palco Simkha Rabinovich, il personaggio che Moni Ovadia ha creato 25 anni fa per lo spettacolo “Oylem Goylem”: un vecchio errante che vaga su una zattera piena di libri accompagnato da 5 fidi musicisti: Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca e Marian Serban .

Ovadia, cosa spinge a riprendere il personaggio di 25 anni fa?

«I tempi che corrono. L'eterno errante Simkha avrebbe voluto, come un novello Ulisse, disperdersi nello splendore dell'esilio fino ai suoi estremi confini incontro al nulla o al mistero divino. Ma in un mondo riempito di muri e barriere è dovuto tornare per svolgere il suo compito di denuncia dell'idolatria e di glorificazione della libertà dell'uomo. Ne deriva uno spettacolo totalmente diverso da quello di 25 anni fa, che fa perno sul rapporto tra divino e umano».

Che idolatria?

«Il nazionalismo, che è la peggiore idolatria della terra e torna prepotentemente a segnare questi tempi. Penso al muro di Trump e a quello che separa Israele e Palestina, certo, ma anche a slogan come “prima gli italiani” che già di per sé creano un muro, e rabbrividisco. Penso alla Germania nazista che diceva “prima i tedeschi” e a come, nella storia, i nazionalismi abbiano portato sempre guerre. Ma penso anche all'Africa, a chi dice “aiutiamoli a casa loro”: sarebbe bene se cominciasse a fare un giro per le multinazionali a dire “la festa è finita”. Basta depredare l'Africa di 320 miliardi di ricchezza all'anno per restituirne 19 con la cooperazione internazionale. Alla base c'è la stessa logica del privilegio, dei muri e dei nazionalismi».

La via d'uscita?

«La riscoperta di quanto l'uomo sia sempre lo stesso uomo su tutta la Terra: non esistono primati di cultura o di sangue, siamo tutti nella stessa umanità. E vivremo in pace solo quando impareremo a vivere da stranieri fra gli stranieri, come diceva Julia Kristeva. Ecco l'eterno errante dello spettacolo».

Come trasmette il messaggio?

«Attraverso l'arte, che rimanda a un uomo integro e non scisso, titolare di una dignità universale non negoziabile. Con un teatro che, affondando le radici nella cultura e nella spiritualità ebraica, restituisce uno spettacolo fatto di alternanza tra storielle e musica. Soprattutto, intessuto di umorismo, che permette di denunciare molto meglio di qualunque slogan. L'umorismo ebraico, in particolare, che non ha lo scopo di far ridere ma di far pensare, dissipando la contrapposizione violenta “aut aut” per introdurre una fase di “et et”. E' uno spettacolo molto divertente».

Arriva alla vigilia della Giornata della Memoria: che significato ha?

«Da ebreo, penso che la Giornata della Memoria corra sempre più il rischio di trascinarsi nella ridondanza e nella retorica. E' ipocrita ricordare se poi nella vita di ogni giorno trovano posto razzismo, discriminazioni e logica dei privilegi. Anzi, diventa una forma di sciacallaggio. L'unico modo vero di fare memoria è metterla al servizio del presente e del futuro. E questo, certo, è lo stimolo alla base anche di quest'opera». —


 

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