Gazzetta di Modena

la recensione 

“Turandot”, una bellezza magica nella fusione di due culture

Andrea Marcheselli

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“Turandot”, lo spettacolo in scena fino a questo pomeriggio (h. 15.30) allo Storchi rappresenta il secondo incontro fra la realtà produttiva di Ert e la Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino; il primo era stato l’applauditissimo “Faust” diretto da Anna Peschke visto a Modena nelle scorse stagioni, che aveva rivelato le grandi potenzialità che possiede l’avvicinamento tra due mondi in apparenza incompatibili cui, viceversa, un elaborato progetto di rapporti e di scambi ha permesso di intrecciarsi con risultati sorprendenti. Questo nuovo allestimento, dunque, giunge a conferma dell’importanza dei passi di reciproco avvicinamento svolto da due istituzioni. È sorprendente infatti come il linguaggio decisamente esotico dell’arte cinese entri in sintonia con un prodotto che attinge al nostro immaginario di un Oriente da favola rimanendo, tuttavia, pur sempre figlio della cultura prettamente europea. Questo “Turandot” discende nella sostanza dalla favola teatrale scritta nel XVIII secolo da Carlo Gozzi e rivisitata da Giuseppe Adami e Renato Simoni per le musiche di Giacomo Puccini centocinquanta anni dopo, ed è soprattutto a quest’ultima che si ispira, benché si tratti di un’opera totalmente originale per quello che riguarda le musiche. Due compositori italiani, infatti, Luigi Ceccarelli e Alessandro Cipriani, si sono associati a Qiu Xiaobo per creare il tessuto sonoro su cui i magnifici interpreti dell’Opera di Pechino, fra cui Xu Mengke, Zang Jachun, Liu Dake, Wu Tong, cantano, danzano recitano con la musicalità di gesti di millenaria perfezione. La plurisecolare tradizione cinese in questo modo si è messa a confronto e di seguito fusa con la ricerca timbrica ed armonica del mondo occidentale; i fraseggi, i ritmi, le melodie che ne sono derivati si sono poi trovati a misurarsi con le proprietà della ricerca elettronica che in primo luogo fa da cassa di risonanza a quelle per noi spesso eccentriche sonorità. Non si può negare peraltro che larga parte del fascino di un simile spettacolo derivi anche dai meravigliosi costumi disegnati da Jiang Dian che hanno la delicatezza, benché assai vistosi, e l’eleganza che sembrano scaturire dalle xilografie Ming. La novella, così, della gelida principessa di Huan che vendica antiche vessazioni subite dal proprio popolo decapitando i principi che osano sfidarla in complicatissimi indovinelli, ma alla fine dovrà cedere alla forza dell’amore che guida l’azione del principe Calaf, si materializza a cura di una coppia di registi, Marco Plini e Xu Mengke, molto abili nel conciliare la visionarietà cinese con la più pragmatica prospettiva narrativa italiana, il calibrato gesto artistico degli artisti di Pechino con le esigenze comunicative del nostro linguaggio teatrale. È uno spettacolo magico, insomma, questa “Turandot”, in grado di evocare sensazioni inconsuete ma di incredibile fascino e che dimostra come la lontananza culturale può non essere niente se ci si avvicina all'altro con curiosità, reciproco rispetto, volontà di condividere esperienze. —

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