Gazzetta di Modena

Storchi di Modena, una saga familiare nell’impossibile incontro tra padri e figli

Emanuele Carrafa
Storchi di Modena, una saga familiare nell’impossibile incontro tra padri e figli

Un testo epico dell’australiano Andrew Bovell in scena con la compagnia lacasadargilla

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MODENA. Da oggi a domenica al Teatro Storchi “When the rain stops falling” (Quando la pioggia finirà), scritto nel 2004 dal drammaturgo australiano Andrew Bovell e portato in scena dalla compagnia lacasadargilla. Una produzione Ert Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma, Fondazione Teatro Due di Parma con il sostegno dell’Ambasciata d’Australia e della compagnia aerea Qantas. «Il testo di Bovell mi è capitato per mano quasi per caso, mi ci sono immersa con il fiato sospeso» dice Lisa Ferlazzo Natoli, regista della pièce. «Visti i temi che solleva e il meccanismo drammaturgico, la scelta di metterlo in scena è stata quasi immediata».

Quali sono i temi che vengono affrontati?

«È una grande, bislacca, saga familiare che procede dal futuro indietro nel tempo, come se tutti i personaggi fossero messi di fronte a se stessi nel futuro e nel passato, premonizioni o ricordi fisicamente presenti. Altro grande tema sono le intuizioni sul clima; non esplicitate, perché in “When the rain...” queste quattro generazioni sono quasi sempre sotto una pioggia incessante che lentamente, a setaccio, Bovell fa entrare nei pensieri e nell'anima sia dei personaggi che del pubblico. D’altro canto è anche una pioggia dell’anima. In questa storia di padri e figli che non si incontrano mai, di donne che provano a resistere agli accidenti della vita, la grande domanda dell’autore australiano è che cosa lasciamo in eredità, come mettiamo noi stessi in condizione di percepire, accogliere o svisare miracoli e tragedie e come mettiamo i nostri figli nelle condizioni di andare avanti».

Quali le specificità di questa sensibilità australe?

«Credo che siano due. Una è molto curiosa e riguarda noi, i padri europei. Bovell è riuscito, in maniera sottilissima, negli ottant'anni in cui si muove la storia, a parlare di fatto di Europa. Ha scelto delle date snodo: la fine degli anni ‘50, il ‘68 quando i carri armati invadono Praga, l’88 thatcheriano, il futuro prossimo del 2013 e il 2039 in Australia. La specificità è quella del feeling con un’isola così lontana che riesce a guardare all'Europa e a ragionare sulla Storia, sulla storia e sulla direzione climatica della specie. La seconda è l’assenza di un confine geografico, il senso del terribile kantiano che appartiene profondamente agli australiani. Questo Bovell l’ha usato in maniera magnifica per raccontare la condizione esistenziale dei suoi protagonisti; nella letteratura europea è assente, noi abbiamo altri confini».

Considerando l’ampiezza della materia, come si potrebbe riassumere il senso dello spettacolo?

«Eredità, rimossi e relazioni, è questo. Cosa ereditiamo dai nostri avi; come, malgrado le catastrofi, riusciamo a rimetterci in relazione con gli esseri umani che abbiamo davanti, a riposizionarci su un’isola flottante direbbe Bovell».

Per finire, che succede quando la pioggia smette di cadere?

«Per un attimo si fa silenzio e ci si acquieta, ci si può guardare e ci si può sciogliere. Si può prestare ascolto. Durante tutto lo spettacolo c’è una rete sonora molto sottile e a un certo punto si interrompe ed è il silenzio che ci colpisce di più, che ci ferma il corpo». —


 

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