Gazzetta di Modena

al teatro delle passioni 

Un allestimento farsesco che ci mostra le “Belve” nascoste dentro di noi

Andrea Marcheselli
Un allestimento farsesco che ci mostra le “Belve” nascoste dentro di noi

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Dopo gli alti riconoscimenti ricevuti per il surreale “Un quaderno per l’inverno”, la coppia Massimiliano Civica/Armando Pirozzi si è abbastanza inaspettatamente riproposta con un allestimento farsesco, “Belve”, che con un bagaglio di grandi apprezzamenti viene ora presentato al Teatro delle Passioni (fino a domenica 17 febbraio). Uno spettacolo per certi versi delirante, per altri inquietantemente realistico per la capacità che possiede di fotografare - ma dall’interno - il mondo cui apparteniamo.

Nella sostanza, i personaggi che vediamo sulla scena sono come ridotti ad involucri inespressivi di contenuti interiori esplicitati nel succedersi delle situazioni, delle battute, dei pensieri che emergono attimo dopo attimo. L’impressione che se ne ha è quella di assistere ad una seduta psicanalitica, cogliendone non il racconto del soggetto analizzato bensì i suoi contenuti più profondi. Questo fa sì che tutto divenga paradossale, apparentemente privo di logica razionale, eppure sempre così assolutamente verosimile.

Due coppie di vicini di casa si odiano amabilmente e si incontrano per una cena un po’ improvvisata, che ne segue, per la verità, un’altra di alcuni giorni prima. Attorno a loro fanno comparsa un cardinale con chierichetto, una coppia di poliziotti, un velleitario giovane rapper nei panni ancor più velleitari di un killer facile a commuoversi che finirà per accoppiarsi con il figlio/figlia della coppia più anziana. Nel gioco delle compatibilità/incompatibilità fra i diversi personaggi fa da filo conduttore l’incapacità di agire compiutamente, di realizzare fino in fondo i propri progetti, magari anche a causa di una situazione che assomiglia ad un peccato originale e che verrà svelata, con un crescendo costante, solo in un finale decisamente squinternato.

Ciascuno dei personaggi è tratteggiato seguendo gli stereotipi che gli si accostano maggiormente: i padroni di casa - il giovane rampante in crisi di carriera, la moglie casalinga frustrata - sono quelli su cui ci si concentra di più, poiché fanno da piattaforma di decollo di tutti i momenti in cui si organizza la vicenda, ma ognuno di loro, a proprio modo, può considerarsi pressoché equanimemente protagonista in questa farsa che riecheggia Plauto e Feydeau o in certa misura il genere Off-Broadway, però conserva una propria cifra originale molto interessante. Alcune perplessità ci rimangono sulle modalità esecutive, soprattutto sul piano del ritmo, delle battute, che non sempre mantengono verve comica, non sapremmo dire se più per l’impostazione registica che per la qualità della recitazione, ma lo spettacolo nella sostanza rimane una valida dimostrazione di come anche un genere come la commedia possa restituire gli aspetti più reconditi della nostra condizione esistenziale. —

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