Con Federico Buffa affresco di storie che hanno mutato vite o comunità
Si intitola “Il rigore che non c’era” lo spettacolo che lo storyteller presenta al Comunale. Vicende individuali o sociali che hanno modificato il corso delle cose
. Il 2015 è l’anno della personale rivoluzione copernicana, per definirla con le sue parole, di Federico Buffa il popolarissimo storyteller di Sky Sport. È infatti nel gennaio di quattro anni fa che l’avvocato esordisce in teatro con lo spettacolo sulle Olimpiadi berlinesi del ’36, dopo aver fidelizzato milioni di “baskettari” d’Italia con le sue memorabili telecronache in compagnia di Flavio Tranquillo. Un salto senza rete di protezione che si è rivelato essere l’inizio di un grande amore.
Stasera Buffa sarà al Teatro Comunale di Carpi con “Il rigore che non c’era” scritto a quattro mani con Marco Caronna.
Qual è il rigore che non c’era a cui si riferisce il titolo?
«In realtà il titolo è fuorviante perché con il calcio ha poco a che fare, almeno in questa nuova edizione. Lo sport è lo spunto dal quale partire per disegnare un affresco storico, poetico e musicale che narra un preciso momento che ha cambiato la vita di un singolo o di una comunità».
Quali sono allora questi momenti topici?
«L'allunaggio, di cui il 20 luglio ricorre il cinquantennale; le vicende dei conquistadores nel Perù del 1500 e quelle dei dittatori del '900, la Resistenza e la detenzione di Nelson Mandela, ma anche le storie personali di John Lennon, Billie Holiday e tanti altri compreso Pelè. Sono tutti personaggi morti, tranne quest'ultimo, che non sanno di essere morti e raccontano la loro vicenda sottolineata dalle note del piano di Alessandro Nidi e con l'apparizione di un angelo, impersonato da Jvonne Giò, fino al momento epifanico in cui tutti scopriranno quale sia stato il rigore che ha cambiato le loro esistenze».
C'è un momento dello spettacolo che sente particolarmente suo?
«La storia di Elis Regina e della sua performance leggendaria in cui la cantante brasiliana concluse l'esecuzione del suo brano nella posizione di crocifissione mentre le lacrime le rigavano gli occhi. Davanti a oltre 120.000 persone sfidò così la dittatura militare che mise fine al governo di João Goulart, detto “Jango”. La dittatura durò 21 anni, e forse è meno conosciuta di quella cilena o argentina, ma fu altrettanto traumatica per la storia del Brasile. Elis dichiarò che il suo Paese era governato da gorilla, e la cosa non passò inosservata, tant'è che fu forzata dal su governo a cantare l'inno nazionale in occasione dei giochi olimpici militari del 1972. Una sua ulteriore presa di posizione pubblica sulla giunta militare si ebbe con l'esecuzione della canzone “O Bêbabo e A Equilibrista”, in cui sottolineò la condizione dei brasiliani esiliati. Tutto fu letto come un'allegoria sull'assurdità del governo militare e ne minò le fondamenta fino alla sua caduta nel 1984». —
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