Modena, il cardinale Scola, lezione sulla libertà e un elogio al Duomo: «Esempio virtuoso»
«Lo conosco bene e l’ho visitato due volte in gioventù. È un centro di aggregazione, vissuto ad ogni ora del giorno»
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MODENA. «Sappiamo bene cosa significhi per l'arte italiana e per l'arte mondiale il vostro Duomo, ma ancora di più lo conosco come centro di aggregazione della comunità modenese, vissuto ad ogni ora del giorno. È un fatto estremamente significativo, un esempio virtuoso e positivo. L'ho visitato due volte in gioventù: la prima quando ero al liceo, la seconda quando ero agli inizi dell'Università. Poi, purtroppo, non ho più avuto occasione». Ha parole di elogio per il Duomo di Modena il cardinale Angelo Scola giunto ieri a Modena per presentare al Bper Forum Monzani la sua autobiografia “Ho scommesso sulla libertà” edita da Solferino e scritta con Luigi Geninazzi, firma de “L'Avvenire”. Il cardinale Scola ha conversato sul palco con la giornalista di Radio 24 Maria Latella, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua vita, toccando svariati temi d'attualità e soffermandosi sempre più su una parola a lui molto cara: libertà.
Partendo dal titolo della sua autobiografia, “Ho scommesso sulla libertà”, da cosa si è sentito libero?
«In realtà intendevo la libertà come capacità e possibilità di decidere di agire. Non è un potere assoluto perché noi uomini siamo limitati, veniamo al mondo ad un certo punto e ad un certo punto ne usciamo; quindi non possiamo essere i soggetti di una libertà infinita, onnipotente. E qui nasce il primo problema e cioè che questa libertà deve cogliere il senso del cammino della nostra vita e tutte le volte che ci si presenta davanti una scelta, un po' scommettiamo su essa, rischiando. Capiamo la libertà solo agendo».
Forse oggi si agisce molto ma pensando poco?
«L'uomo è un essere “singolare”. “Uno, di anima e di corpo” come dice il Concilio Vaticano II, che ha proprio nella libertà il suo emblema. E ciò che non parla alla libertà, cosa molto evidente nella nostra società odierna, in realtà non parla affatto».
Cosa può fare la Chiesa per aiutare soprattutto i giovani che sembrano schiavi della tecnologia, persi nei loro smartphone?
«La Chiesa deve fare quello che ha sempre fatto. La sua esistenza stessa è basata sul fatto che deve lasciare trasparire sul suo volto la bellezza e il fascino della persona di Gesù. Dove non lo fa più, deve tornare a farlo. Non basta focalizzarsi su alcuni argomenti come la lotta allo spreco alimentare, la condivisione del bisogno, il rispetto per il Cosmo. Bisogna andare alla radice del suo esistere. Dio che è Dio ha preso la nostra carne e si è messo in gioco con noi, scommettendo sulla sua libertà per accompagnarci nella vita quotidiana. Se noi testimoniassimo ogni giorno questo, soprattutto ai giovani, daremmo loro un senso per il cammino da fare. Nelle mie esperienze ho trovato molti giovani sensibili e saranno loro stessi che poi tramanderanno ai loro amici questo stile di vita, come fossero dei mentori».
Un capitolo del libro è dedicato ai suoi grandi maestri. Chi sono stati?
«Don Giussani prima di tutti. Poi Giovanni Paolo II, Papa Ratzinger, il Cardinal De Lubac, sua eccellenza monsignor Corecco e tanti altri, impossibile citarli tutti. Sono il dono che Dio ha fatto alla mia vita, se non avessi incontrato questi grandi uomini e non li avessi frequentati in modo assiduo non sarei l'uomo che sono». —
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