Tredici calciatori a nudo Alciato: «Ma resiste il tabù dell’omossessualità»
Il giornalista di Sky Sport stasera alla sala Arcelli della Cna presenta “Demoni”, eroi sportivi visti nella loro umanità
. Il coinvolgimento empatico che esercita il calcio è un fenomeno su scala globale. Basta pensare alla gioia condivisa da milioni di tifosi al goal della propria squadra o alle lacrime di nazioni intere per l’eliminazione dai Mondiali. L’urlo di Tardelli prima, e di Grosso poi, è stato l’urlo dell'Italia intera, così come le lacrime di Buffon dopo la sciagurata partita contro la Svezia che ci ha negato l’approdo alla Coppa del Mondo in Russia sono state le lacrime di un popolo. Ma cosa resta di questa capacità di condividere gli stati d’animo dei nostri campioni dopo il triplice fischio, una volta che le luci dello stadio si sono spente, e i calciatori si tolgono la maglia che ne sancisce l’identità con tanto di nome sulle spalle?
“Demoni” di Alessandro Alciato è un libro che scava nell’animo di tredici protagonisti del nostro calcio che hanno dovuto affrontare partite ben più lunghe degli istituzionali 90 minuti più recupero, partite che la vita ha costretto loro a giocare malgrado tutto, senza il sostegno che la fama può dare, anzi a volte ben più martoriati proprio a causa della loro notorietà.
Il popolare giornalista di Sky Sport presenterà il suo libro stasera alle 21 alla sala Arcelli nella sede della Cna in via Malvolti 27, con la moderazione di Marco Nosotti e la partecipazione di Attilio Romero, Sinisa Mihajlovic allenatore del Bologna e Mamadou Coulibaly centrocampista del Carpi.
Dopo aver raccontato nei suoi libri precedenti i trionfi di tanti campioni, come mai si è sentito di toccare argomenti così delicati come la depressione, il razzismo, la guerra, la malattia e quant’altro attraverso gli occhi di uomini che nell’immaginario collettivo sono come supereroi?
«È stato un ulteriore modo di celebrarli. Di celebrare la loro umanità, di svelare chi sono una volta chiusa la porta di casa con le loro debolezze, con la libertà di sentirsi loro stessi. E di far sì che la loro esperienza di vita potesse trasformarsi in un esempio per tutti quelli che si trovano ora a combattere lo stesso demone che loro hanno sconfitto».
Gli argomenti trattati sono molteplici, qual è stato quello che non ha potuto o voluto trattare?
«L’omosessualità. È assurdo che nel 2019 sia ancora un tabù nel mondo del calcio. Avrei veramente desiderato raccogliere la testimonianza di un calciatore gay, ma l’omertà sul tema è ancora molto forte. Peccato, sarebbe stato un passo in avanti notevole».
Dei tredici racconti qual è quello che l’ha colpita di più?
«In tutti e tredici c’è un momento particolare che mi è rimasto dentro. Ed è quando il personaggio smette di essere tale e si mostra semplicemente per quello che è: un uomo. Ripenso agli occhi di Mihajlovic mentre raccontava le atrocità della guerra nei Balcani, alla tenerezza di Cassano che, credendosi in punto di morte, chiama la moglie per dirle un’ultima volta “ti amo”, alla ghettizzazione di Ibrahimovic che, per sentirsi svedese a tutti gli effetti, ha dovuto vincere dieci palloni d’oro nazionali, o al drammatico viaggio di Coulibaly su un mercantile che, paradossalmente, mi ha raccontato in un confortevole aeroporto com’è quello di Pescara. In ogni racconto c’è un’epifania che ci svela il vero volto del campione, facendolo apparire un po’ più simile a noi».
Mihajlovic e Coulibaly saranno presenti stasera alla presentazione. Cosa l’ha colpito in particolare delle loro storie?
«Vivere una guerra sulla propria pelle, come ha fatto Sinisa, è tra le esperienze più dilanianti che ti possano capitare e il suo racconto è stato senza censura riguardo agli atroci fatti che ha visto. Mamadou ha vissuto per strada una volta arrivato in Italia a Livorno, ha chiesto l’elemosina e ha dormito sulle panchine dei parchi, ha patito la fame e il freddo. Dopo l’inferno dell’attraversata, non ha trovato subito il paradiso». —
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