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Quant’era umano e affettuoso quel comunista di Karl Marx

Michele Fuoco
Quant’era umano e affettuoso quel comunista di Karl Marx

Oggi pomeriggio alla Fondazione San Carlo Roberto Franchini presenterà  il romanzo-saggio sul filosofo. «È un pezzo di biografia che mancava»

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La dimensione umana, inedita, di padre e di nonno, di Karl Marx (1818 – 1883) offre Roberto Franchini con il romanzo “L’ultima fotografia di Marx” (Edizioni Pendragon) che viene presentato oggi, alle 17, alla Fondazione San Carlo. Ne parlano con l’autore Giuliano Albarani, Alberto Bertoni e Michele Smargiassi.

Il giornalista e scrittore modenese rivela i buoni sentimenti, il sincero affetto che il filosofo del comunismo nutriva per i suoi familiari, in particolare per i nipoti. Come emerge dalle lettere che Marx aveva scritto nell’ultimo anno di vita all’amico Engels e alle figlie, alle quali non aveva soldi da lasciare. In eredità una sua fotografia scattata ad Algeri, dove si era recato a 64 anni, nel 1882, per godere del sole e curare, senza grandi risultati, la pleurite e una forte bronchite.

«Ho cercato di recuperare – dice Franchini – l’uomo, il lato umano, familiare. Per Algeri parte con il cuore colmo di tristezza perché la moglie, di famiglia nobile, era morta da due mesi. Due delle figlie avevano sposato personaggi di rilievo in Francia. Incontra, due volte, la figlia Jenny che viveva ad Argenteuil, vicino a Parigi».

Perché sceglie Algeri?

«Era stato nell’Isola di Wight che non giovò alla sua salute. Gli avevano consigliato la riviera italiana, ma la polizia lo avrebbe seguito in ogni momento. Su suggerimenti dei medici scelse Algeri, città ventosa e piovosa, dal clima pessimo».

Nel libro non rinunci a riflessioni che richiamano il suo pensiero, situazioni di politica internazionale…

«A Marx interessava un giudizio sullo stato dell’Algeria, da 50 anni colonia francese. Esistevano residui di comunità tribali e si interrogava se quelle potessero essere nucleo futuro del mondo comunista. E la risposta è no. Cerco di forzare la mano, inventando l’incontro di Marx con un giovane brillante, con studi in Francia, come espressione della nascita di una classe algerina, di cultura europea, capace di dirigere il proprio paese».

Non è poco lusinghiero il suo parere su Garibaldi e Mazzini?

«Direi giudizi pesanti. A Garibaldi, per il quale Engels aveva qualche simpatia, rimproverava di andare in giro, circondato da soldati del governo inglese. Per Mazzini non aveva enorme rispetto perché non conosceva la classe operaia. Era un po’ distante dal suo pensiero».

Tanti i personaggi, anche mediocri, incontrati ad Algeri…

«Sono diversi tra loro: il giudice Albert Farné, piccolo borghese molto tormentato che lo aiuta a trovare un alloggio; le due signore che gestiscono la pensione; un piemontese, di idee socialiste, che cura un enorme giardino… Personaggi di un micro mondo tra l’antico e il nuovo».

Questo libro aiuta a conoscere un po’ di più Marx?

«Serve a costruire un pezzo di biografia, non politica. Si parla anche della sua malattia che gli impedì di mettere mano al “Capitale” per una nuova edizione».

È la tua prima esperienza come romanziere?

«Un romanzo-saggio, costruito su elementi reali tratti dalle lettere. I personaggi inventati mi servono per sostenere alcune idee. Ho altri due romanzi nel cassetto. Il primo non lo tirerò mai fuori, perché non funziona. L’altro è lì per essere pubblicato». —



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