La lezione dei luoghi dell’Olocausto 450 studenti da Fossoli a Mauthausen
A Gusen il quartier generale del lager è diventato una villa. A Ebensee la visita ai tunnel dove si lavorava scalzi a -20º
Era l’8 novembre 1939 quando il giovane attivista tedesco Georg Elser si apprestava ad entrare per sempre nei libri di storia. Il giovane aveva infatti progettato in modo minuzioso e nei minimi dettagli l’attentato che avrebbe potuto togliere la vita al dittatore più sanguinario di sempre, Adolf Hitler. La bomba attendeva Hitler al pub di Monaco “Bürgerbräukeller”, dove si riuniva abitualmente con i suoi seguaci ma, a causa della nebbia, il volo del Fuhrer da Berlino tardò ad arrivare e l’attentato fu inutile. Elser venne arrestato e in pochi mesi si trovò imprigionato a Dachau dove sarebbe morto qualche anno dopo.
Ma cosa sarebbe successo se ci fosse riuscito? Se, se, se... supposizioni, possibilità che avrebbero potuto cambiare per sempre la storia mondiale. Purtroppo sono solo supposizioni. C’è invece una vera storia, quella che riguarda lo sterminio di 6 milioni di persone innocenti, colpevoli solo di essere nate. La loro tragedia è stata ripercorsa da circa 450 ragazzi di 29 istituti di Modena e provincia, grazie al viaggio organizzato dalla Fondazione Fossoli “Storia in viaggio. Da Fossoli a Mauthausen”. Vedere e cercare di capire. Anche se non è facile provare a comprendere luoghi come i campi di Dachau, Mauthausen o Ebensee.
Questi erano luoghi dove si arrivava con un nome e, se si era fortunati, si usciva con un numero cucito sulla casacca o tatuato sul polso e un corpo di 28 chili che veniva trascinato, sfinito e martoriato. Luoghi dove la dignità veniva calpestata per sempre, dove la camera a gas, come nel caso di Mauthausen, arrivava a gasare anche 80 persone alla volta, che venivano poi cremate e, una volta cenere, utilizzate anche per asfaltare il campo. Queste sono, in parte, le tremende testimonianze che si possono ascoltare nei luoghi dello sterminio.
Vicino a Mauthausen, a pochi chilometri da Linz, cittadina austriaca che diventò la sede dell’industria bellica di Hitler, si trova il campo di Gusen oggi invisibile agli occhi dei visitatori perché al suo posto c’è un quartiere residenziale, proprio nell’area del campo.
All’interno si trova anche la villa, che era il quartier generale del campo, oggi casa abitata, e il memoriale che custodisce fotografie e ricordi di chi è entrato a Gusen senza più uscirne. Tra le foto c’è anche quella di un giovane morto proprio nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Una foto che ha scioccato i ragazzi, giovani della sua stessa età, con tutta la vita davanti che non riescono ad immaginare come si possa morire in quel modo.
Difficile anche immaginare la deportazione, perdere tutto quello che hai da un momento all’altro e trovarsi senza la famiglia, i vestiti, tutto quello che ti apparteneva.
Tra gli spunti di riflessione anche la scelta di queste persone di vivere dove prima sorgeva il campo. Per molti ragazzi è impensabile, una mancanza di rispetto verso chi lì è stato torturato e ucciso. C’è anche chi azzarda l’ipotesi di un ritorno alla vita dopo tutta quella sofferenza ma la domanda resta: «Chi andrebbe mai a vivere in un luogo teatro di così tanta sofferenza?».
Il viaggio è anche questo, un momento di riflessione sul passato e sul presente, perché la storia si ripete sempre ma con modalità differenti. Ed ecco che allora è vitale immagazzinare volti, storie, immagini, sensazioni e emozioni per ricordare e tramandare tutte le atrocità .
Tra le visite più toccanti, dopo i campi di Dachau e Mauthausen, c’è stato il campo di concentramento di Ebensee. Non il classico campo, ma qualcosa di totalmente diverso e inimmaginabile. Situato in alta Austria e sottocampo di Mauthausen, si trova in una zona montana dove i prigionieri erano incaricati di scavare tunnel sotterranei dove si doveva insediare il complesso per la fabbricazione dei missili V2. Oggi il campo è accessibile da un piccolo sentiero e ripercorrere lo stesso tragitto che ogni giorno i deportati dovevano compiere per raggiungere la cava è stato straziante. In inverno si arrivava a -20 gradi, spesso non avevano scarpe oppure si perdevano nella neve, e quindi si rimaneva a piedi nudi. Si lavorava tutto il giorno e nella cava erano impegnati anche 2mila prigionieri. Lunghi corridoi sotterranei dove non c’era luce e speranza e dove si moriva continuamente. Ma questo non importava al regime, per ogni morto c’era già pronto il sostituto.
Oggi il campo è diventato un memoriale grazie anche alla volontà del suo direttore che con grande senso di responsabilità vuole mantenere vivo il ricordo di questo posto atroce.
Il viaggio della memoria, oltre ad una miriade di emozioni, lascia la voglia di raccontare e tramandare. In luoghi intrisi di profonda ingiustizia, si respira anche la speranza di chi ce l’ha fatta, di chi ha lottato fino alla fine e di chi ci ha regalato le testimonianze che ancora oggi sono un pilastro storico unico.
“Ricordare, imparare e non odiare”, questo uno dei messaggi affissi al memoriale italiano a Mauthausen, più attuale che mai. —
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