Gazzetta di Modena

Marco Sciaccaluga dirige “Il Gabbiano” nella versione originale senza censure

Marco Sciaccaluga dirige “Il Gabbiano” nella versione originale senza censure

L'opera di Anton Cechov è uno dei testi teatrali più noti di sempre: dal 28 al 31 marzo sarà allo Storchi

2 MINUTI DI LETTURA





vignola. Arriva questa sera al Fabbri, per poi approdare allo Storchi di Modena dal 28 al 31 marzo, “Il gabbiano” di Anton Cechov. Marco Sciaccaluga, che firma la regia dello spettacolo, porta in scena per la prima volta in Italia il testo dello scrittore russo nella versione del 1895, quella precedente alla censura zarista. . Il gabbiano di Cechov, è uno dei testi teatrali più noti di sempre: i personaggi della giovane Nina, del tormentato Konstantin, di sua madre Irina Arkadina, celebre attrice e del suo amante, lo scrittore Trigorin, sono stati portati sui palcoscenici di tutto il mondo dai maggiori attori di teatro e messi in scena dai più celebri registi. Il titolo dell’opera viene da un accostamento simbolico: come l’ignara felicità di un gabbiano, in volo sulle acque di un lago, viene stroncata dall’oziosa indifferenza di un cacciatore, così accade alla sorte di Nina. La ragazza sulle rive del medesimo lago, s’innamora di Trigorin, il quale, senza alcuna malvagità, approfitta della sua femminile smania di aprire le ali, la porta via con sé a fare l’attrice, la rende madre di un bimbo che però muore e infine, la lascia tornare a casa annientata. Ad attenderla c’è il giovane Konstantin, anch’egli scrittore in cerca di gloria, che la ama da molto tempo. La madre di lui però, Arkadina, disprezza l’inconsistenza delle sue liriche fantasie mentre l’amata Nina non vuol saperne di lui. Primo dei quattro capolavori che Čechov scrisse per il palcoscenico, “Il gabbiano” è un dramma delle illusioni perdute: nelle angosce, nei turbamenti, nelle sconfitte dei suoi protagonisti, c’è tutta la complessità dell’uomo moderno.

«A me pare - scrive Sciaccaluga nelle note di regia - che l’essenza del genio di Cechov stia lì: la feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo. Il palcoscenico di Cechov è la forma più gentile, condivisa, ironica di spietatezza. Il suo “Teatro della Crudeltà” è il più “umano” che io conosca». —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google