“Il Gabbiano”, Marco Sciaccaluga porta in scena il genio di Cechov
Scriveva Odoardo Campa che “tutta l’arte di Anton Cechov è fatta di piccole impressioni che acquistano un rilievo straordinario nell’insieme”, come se fosse “un divisionista in letteratura”.
Marco Sciaccaluga, dirigendo l’allestimento de “Il Gabbiano” del grande drammaturgo russo proposto, da oggi a domenica prossima, al teatro Storchi, dopo essere passato dal Fabbri di Vignola, aveva certamente in mente qualcosa del genere, tanto da avere impostato lo spettacolo su criteri di assoluto realismo al fine di ricostruire una sorta di grande affresco sul tempo, i protagonisti, le vicende della Russia che si affacciava alquanto attonita al sorgere del nuovo secolo.
Rappresentato per la prima volta nel 1898, con enorme successo a Mosca dopo un mezzo fallimento a Pietroburgo, “Il Gabbiano” contiene infatti tutte le angosce, i dubbi, le insicurezze celate dietro le speranze di una società che affronta le incognite della nuova epoca in cui avverte di entrare, con ciascuno dei personaggi che compie pressoché solo piccole azioni al limite dell’insignificante, come è poi nella vita vera, alla ricerca del proprio destino.
“A me pare che stia proprio lì l’essenza del genio di Cechov”, dice appunto Sciaccaluga: “La feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo”.
Ne è scaturito uno spettacolo arioso, estremamente raffinato e pure emozionante, che induce a riflettere sulla vita e sulla rappresentazione che di essa può restituire il teatro. I personaggi, resi magnificamente da un gruppo di grandi interpreti, da Elisabetta Pozzi a Stefano Santospago, da Francesco Sferrazza ad Alice Arcuri, da Federico Vanni a Eva Cambiale, e poi ancora Roberto Alinghieri, Elsa Bossi, Roberto Serpi, Andrea Nicolini, Kabir Tavani, sono tratteggiati all’insegna del naturalismo, togliendo quella patina di simbolismo di cui si rivestono spesso gli allestimenti cechoviani, “Il Gabbiano” in particolare. Ne guadagna in buona misura la godibilità di uno spettacolo che, riproposto nella versione integrale originaria per la prima volta in Italia, avrebbe potuto patirne l’inevitabile lunghezza. Invece, in questo modo della vicenda emergono soprattutto la genialità dell’intreccio drammatico, la verosimiglianza e la profondità psicologica di ciascuno dei personaggi, le dinamiche che ne regolano i rapporti in una ricostruzione d’ambiente al limite della perfezione, grazie anche alle belle scene e ai costumi disegnati da Catherine Ranki. Ancora una volta dunque la storia di Nina e di Kostantin, giovani gabbiani cui vengono tarpate le ali, può tornare a vivere sul palcoscenico con estrema efficacia. —
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