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Colagrande: «“La vita dispari” un romanzo comico sul senso dell’incompletezza

Emanuele Carrafa
Colagrande: «“La vita dispari” un romanzo comico sul senso dell’incompletezza

L’autore lo presenta alle 18.30 dialogando con Ugo Cornia «Si deve superare l’illusione che due metà formino l’uno»

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. Oggi alle 18.30 presso il Punto Einaudi di Rua Muro 59, l’autore piacentino Paolo Colagrande, accompagnato da Ugo Cornia, presenterà il suo ultimo romanzo “La vita dispari” edito da Einaudi. Dopo l’esordio col pluripremiato “Fìdeg” (2007, premio Campiello e premio Viareggio come miglior opera prima) e a tre anni da “Senti le rane” (premio selezione Campiello 2015), Colagrande torna con una storia sghemba che “sbanda nel finale” e non mancherà di divertire ed incantare i lettori.

Come si potrebbero sintetizzare le vicende narrate in questo romanzo?

«Il romanzo racconta la storia di Buttarelli, un soggetto che soffre di un particolare disturbo - forse di carattere neurologico mai riconosciuto dalla scienza, una mia invenzione - che gli procura insofferenza per qualunque linea che divida la realtà in due. Tutta la sua vita è dedicata alla spasmodica ricerca della metà mancante del Tutto, in un mondo dove la conoscenza si basa proprio sulla bipartizione. Il libro inizia col mistero della sua esistenza: arrivato a cinquant’anni non si sa cosa ne sia stato di lui. La vicenda copre un lasso di tempo che va dall’inizio degli anni ‘50 alle soglie del nuovo millennio, quel secondo Novecento denso di vicende e contraddizioni».

Quanto Colagrande c’è in Buttarelli?

«Ogni libro cammina sulle gambe del suo autore, l’autobiografia è inevitabile. Ho spesso riflettuto sulla necessità del mondo di dividere le cose in metà complementari illudendosi che contengano tutto. Questo pensiero credo sia spalmato su tutti i miei scritti. “La vita dispari” è un romanzo comico, quel comico connaturato alle nostre azioni: da una distanza prospettica tutti facciamo abbastanza ridere».

Da dove nasce l’idea del romanzo?

«Il seme sta nel senso di incompletezza che assilla ognuno di noi: tutti cerchiamo qualcosa che non riusciamo a trovare. Io sono per il superamento dell’illusione che due metà formino l’uno, che invece è qualcosa di molto più grande che non riusciamo a percepire. All’inizio del romanzo ho scelto di apporre una frase di Musil che spiega questo pensiero: “Si ha una seconda patria in cui tutto ciò che si fa è innocente”».

Quali sono le sue letture-guida?

«Tutto ciò che assimiliamo viene a magmatizzarsi in qualcosa di complesso che ci stimola a scrivere. Ho cominciato ad essere un lettore consapevole intorno ai 15 anni, partendo dal grande Ottocento russo, inglese e tedesco, che mi hanno insegnato il ritmo della narrazione. Poi ci sono autori che hanno ispirato un certo stile e rappresentazione della realtà: Antonio Delfini, Luigi Malerba, Giuseppe Berto. E ancora i colleghi Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, Paolo Nori con cui condivido una certa idea di letteratura».

Come inviterebbe i lettori ad accostarsi al suo romanzo?

«Lo scrittore dà il suo meglio durante la scrittura e la correzione, in fase di promozione è la persona meno adatta a dare suggerimenti o consigli. Nelle recensioni lette finora ho trovato un aspetto che immodestamente ritengo vero: il prendere le distanze dalle tendenze dominanti. Credo sia ora di rimettere la letteratura al posto che merita. C’è una forma d’arte che deve recuperare spazi che poco alla volta ha perduto per andarsi ad accomodare in luoghi più comodi come gli scaffali dei supermercati». —



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