“Serse”, buon allestimento di un’opera un po’ modenese
Opera curiosa, il “Serse” di Georg Friedrich Händel. Opera della vecchiaia del compositore tedesco, da molti definito “il più italiano degli italiani” per il suo amore verso la nostra arte. Porta il numero di catalogo 40 su 42 ed è da considerarsi una sorta di testamento lirico, visto che le altre due opere, “Imeneo” e “Deidamia”, sono state dimenticate. Quali sono queste curiosità? Intanto, dopo la prima esecuzione del 15 aprile 1738, “Serse” dovette attendere fino al 1924 per essere riscoperta ed eseguita nella sua completezza; tuttavia, un’aria, scritta per il celebre castrato Caffarelli e che apre l’opera, era rimasta presente nello studio e nelle esecuzioni fino a quel 5 luglio del 1924, quando all’“Handel Festival” di Göttingen fu riproposta. Parliamo di “Ombra mai fu”, meglio conosciuta strumentalmente come il “Celebre Largo di Händel”, anche se in partitura l’Autore indicò “Larghetto”. Forse non tutti sanno che questo tema, intonato da Serse, mentre guarda l’ombra di un platano, ha una paternità diversa: quella del modenese Giovanni Bononcini. Ma le curiosità non finiscono qui. Una delle caratteristiche dell’opera seria italiana è l’abbondanza di arie “col da capo”, che offrivano al solista l’opportunità di esprimere tutta la sua bravura. Nel “Serse” di Händel sono limitatissime, come anche i recitativi si presentano concisi. E poi si propone un personaggio buffo, da commedia dell’arte, quel servo di Arsamene, Elviro, che contribuisce a generare garbugli. Può quindi essere annoverata quale opera di rottura dalle convenzioni estetiche dell’epoca; infatti lasciò disorientato il pubblico del King’s Theatre, mentre oggi, con il suo ritmo incalzante, affascina gli spettatori. L’allestimento proposto dal Comunale è da premiare per diverse ragioni. La prima è che in Italia, dove è nata l’opera e grazie alla quale ancora oggi si diffonde la nostra cultura e la nostra lingua nel mondo, la produzione settecentesca è assai poco visitata. Quella seicentesca, salvo casi eccezionali, è praticamente assente. La seconda ragione è la regia di Gabriele Vacis e il fascino delle scene, dei costumi e delle luci di Roberto Marasco che ha saputo catturare il pubblico con immagini proiettate e azioni sceniche di una trentina di ragazzi a tradurre i sentimenti dei personaggi sul proscenio. Curata la direzione al clavicembalo di Ottavio Dantone alla testa dell’Accademia Bizantina. Sul fronte vocale, ottima prova di Arianna Venditelli, nei panni di Serse, di Biagio Pizzuti, un buffissimo Elviro, di Marina De Liso/Arsamene, di Luigi De Donato/Ariodante, di Monica Piccinina/Romilda e di Francesca Aspromonte/Atalanta. Non alla stessa altezza l’esecuzione di Amastre, di Delphine Galou. Applausi convinti con un arrivederci alla prossima stagione. —
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