Gazzetta di Modena

Un road movie “iniziatico” sul tema dello sradicamento

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IL VIAGGIO DI YAO di Philippe Godeau. Francia 2018

Prima ancora di avere scritto una sola riga di sceneggiatura, il regista Philippe Godeau ha proposto a Omar Sy il ruolo da protagonista del film. Vedendo il film, questa scelta si impone con la forza dell'evidenza: l'attore francese di origine senegalese interpreta un attore francese che per la prima volta si reca in Senegal, il paese che suo nonno ha lasciato a metà del secolo scorso per cercare fortuna in Francia, prima di ritornarvi a morire. In effetti, Seydou Tall, questa sorta di alter ego che incarna nel film, è uno dei ruoli migliori della sua carriera, nella linea di “Samba” e “Mister Chocolat”: una linea che scava sul tema dello sradicamento. Se nel secondo film Omar Sy interpretava un nero in un mondo di bianchi, nel film di Godeau è un bianco in un mondo di neri: un “bounty”, come lo sfotte il ragazzino Yao, uno “snack” nero fuori e bianco dentro. Infatti, Seydou pensa come un bianco e la logica del Senegal gli sfugge: ci penserà Yao a dargli lezioni di vita. Fiction e docu-film si mescolano: nel racconto della star del cinema francese che decide di rivedere la sua tabella di marcia e lasciare la comfort zone dell'Hotel Radysson di Dakar per riaccompagnare il ragazzino tredicenne suo fan, venuto da lontano per un autografo, nel suo villaggio natio nel nord del paese, non è certo difficile leggere il desiderio dell'attore campione di incassi di dare una svolta alla propria carriera. Lo testimoniano il fatto che Sy è anche co-produttore del film, e soprattutto l'aura malinconica e nostalgica che, dall'inizio alla fine, avvolge il suo personaggio. Godeau filma l'Africa cercando di evitarne i cliché, soprattutto quello sguardo velatamente colonialista che spesso si impone nelle produzioni europee al di là di ogni intenzione. Del resto, l'Africa è stata scoperta dal regista quando era ragazzo, al seguito del padre ingegnere in Mali. E' qui che Godeau ha trovato, oltre alla bellezza dei paesaggi, l'estrema, scioccante libertà dei bambini, e una cultura in cui i concetti di famiglia, di accoglienza e di generosità sono fortissimi. Tutto ciò (la conoscenza intima della parte francofona del continente nero), Godeau lo ha abilmente trasposto in questo suo terzo lungometraggio, a metà strada tra road movie e racconto iniziatico, semplice ma toccante. Al di là dei risvolti personali (dell'interprete principale e del regista), il film si impone, in un'epoca di viaggi forzati dai paesi dell'Africa verso l'Europa in cerca di pace e lavoro, come la celebrazione di un altro modo di vivere, certo più povero economicamente ma più ricco spiritualmente: Yao non capisce, ad esempio, perché Seydou abbia chiamato un clown per animare la festa di suo figlio invece di farlo lui stesso. —

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