“Cafarnao”, atto di accusa di un bambino contro gli adulti
CAFARNAO - CAOS E MIRACOLI di Nadine Labaki. Libano 2018
Le prime inquadrature ci presentano, con riprese dall'alto o al ralenti, l'immagine di Beirut, in preda alla più totale confusione, in cui i ragazzini, nei vicoli, giocano alla guerra simulando quella vera dei grandi. Stacco, ed eccoci introdotti al protagonista assoluto del film, il dodicenne Zain, che dal suo quartiere povero si trova in prigione ed ora in tribunale dove si appresta a fare causa ai genitori “per averlo messo al mondo”. Il ragazzino è stato condannato a cinque anni per aver accoltellato un adulto, ma il film chiarisce subito che Zain non è il colpevole, ma la vittima di una situazione ai limiti dell'incredibile. Da questo momento, il film si trasforma in un lunghissimo flashback. Vediamo una masnada di ragazzini che, per le strade di una città a pezzi, vendono un po' di tutto: succhi di frutta, dolci. Zain è un disperato, ma nella sua disperazione ha conservato un'oncia di dignità che lui scarica sulla protezione della sorellina Sahar di un anno più giovane, concupita da Assad, il figlio negoziante del padrone della casa (in realtà, una vera topaia) dove vive a sbafo la famiglia del ragazzo. Il film ci presenta una fauna umana a vari livelli di degradazione economica, sociale, morale, ma senza proporre giudizi e invece presentando il mosaico di promiscuità in un modo distaccato, quasi asettico. È ciò che salva il terzo lungometraggio di Nadine Labaki dal rischio sempre presente della retorica verso gli ultimi e della carità pelosa. Disgustato dalla vigliaccheria dei genitori, pronti a svendere la figlia per garantirsi sicurezza economica, Zain ruba cibo e soldi e scappa di casa insieme alla sorellina. È solo contro tutti, ma viene in suo aiuto una reietta come lui, una domestica etiope senza documenti e costretta a nascondere il suo figlio di un anno nel timore di perderne la custodia e di essere rispedita a casa. Però la donna viene arrestata, e Zain e il bimbo rimangono soli. Da qui in avanti, la situazione precipita. E quando Zain scopre che la sorellina, data in sposa ad Assad, ha fatto una brutta fine, prende un coltello e va a farsi giustizia. Il finale lascia aperta una nota di speranza, ma il quadro generale che scaturisce è quello, appunto, di una “cafarnao”, di un mucchio confuso dominato dai rumori del traffico e dall'indifferenza della gente. Zain si erge come un piccolo gigante. Cinema di impegno civile al suo meglio, grazie anche a una tecnica di regia e di montaggio spezzettato che esalta l'immersione del protagonista in un paesaggio urbano disgregato epperò totalizzante, che non sembra offrire vie di fuga. Meglio, per Zain, sembra dire Labaki, la prigione che la topaia dove sarebbe costretto a vivere per sempre. —
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